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Systematic violation of human rights.Il caso Sejdovic approda innanzi alla Grande Camera della Corte dei diritti umani(Corte dir.uomo 1 marzo 2006,Sejodivic c.Italia).

L’esame del caso Sejdovic da parte della grande Camera della Corte di Strasburgo conferma il trend di quella giurisprudizione ad implementare il ruolo del giudice dei diritti umani negli ordinamenti dei paesi membri della Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani.

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La violazione di sistema.Il caso Broniowski

La vicenda in tema di occupazioni acquisitive ha recentemente portato agli occhi di una grossa platee di operatori il problema dell’efficacia delle sentenze della Corte dei diritti umani che accertano a carico di uno Stato la violazione di un diritto protetto dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo in danno del soggetto che ha proposto, dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interno, un’apposita domanda innanzi alla Corte di Strasburgo.

Il tema richiede anzitutto la sua sussunzione in un quadro normativo di riferimento, rappresentato certamente dall’art.46 CEDU, ma anche da tutte quelle altre disposizioni, di rango ordinario, costituzionale idonee o tratte dal diritto vivente-nazionale e/o sovranazionale- idonee a spiegare il ruolo, la funzione e l’efficacia delle sentenze di Strasburgo.

Cercando di semplificare, può dirsi che in esito alla condanna dello Stato, il soggetto responsabile è tenuto ad eliminare le conseguenze dannose prodotte dalla riconosciuta violazione.Ed in questa attività ripristinatoria lo Stato responsabile ha goduto di un potere discrezionale tradizionalmente elevato ma che la Corte di Strasburgo è andato circoscrivendo sempre di più almeno nella recente giurisprudenza. Alle misure di carattere individuale, efficaci quando la violazione si consuma nel caso concreto in cui si è generata, si affiancano quelle di ordine generale che lo Stato responsabile ha il dovere di adottare allorchè la violazione accertata è espressione di una prassi –amministrativa o giurisdizionale- o di una disposizione normativa destinata a disciplinare in maniera uniforme le fattispecie dalla stessa regolate.In tali evenienze, l’adozione di misura individuali nei confronti dell’autore del ricorso individuale non elide l’esistenza, a monte, della causa idonea a propagare i propri effetti in via strutturale su una serie di vicende analoghe.

Ecco che una decisiva spinta verso la piena attuazione delle pronunzie della Corte di Strasburgo e più in generale della Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani è certamente rappresentata dalla recente presa di posizione della Corte di Strasburgo sulle c.d. violazioni di sistema e sui rimedi che lo stesso giudice di Strasburgo può adottare per arginare le violazioni dei singoli Paesi ritenuti responsabili.

La Corte dei diritti umani è stata infatti chiamata a pronunziarsi su una violazione del diritto di proprietà tutelato dal Protocollo n.1 alla C.e.d.u.

La Corte, affrontando una “causa pilota�, ha fatto applicazione dei principi espressi nella Risoluzione adottata il 12 maggio 2004 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa[1], nella quale, dopo avere sottolineato l’interesse ad aiutare lo Stato ad identificare i problemi connessi alle violazioni strutturali, si è invitata la Corte ad identificare le sentenze in cui essa constata una violazione della Convenzione che rileva un problema strutturale sottostante nonché la fonte di tale problema.

Ed è stata sempre la Corte a rammentare che con la Raccomandazione del 12 maggio 2004 sul miglioramento dei ricorsi interni [2] il Comitato dei Ministri aveva ricordato l’obbligo degli Stati autori di violazioni di natura sistematica di riesaminare, in seguito alle sentenze della Corte che rilevavano violazioni strutturali, l’effettività dei ricorso esistenti e, all’occorrenza, di stabilire dei ricorsi effettivi, al fine di evitare che alcuni casi ripetitivi fossero portati davanti alla Corte.[3].

Prendendo coscienza del fatto dell’esistenza all’interno dei Paesi aderenti delle c.d.violazioni di sistema che impegno la Corte dei diritti umani ad esprimere principi sempre identici la Corte, nel caso Broniowski c.Polonia[4], ha dunque raccolto l’invito rivoltole dal Comitato dei Ministri ad identificare nelle pronunzie ciò che costituisce una violazione sistematica del diritto tutelato dalla C.e.d.u.

E’ stata in questa occasione che la Corte, nel riconoscere all’unanimità la violazione del diritto di proprietà , ha esplicitamente acclarato una violazione di sistema, desumendola dal fatto che il contrasto con la Convenzione era derivato da un non corretto funzionamento della legislazione e dell’apparato amministrativo polacchi, ripercotendosi negativamente sulle decine di migliaia di persone coinvolte nel forzoso rimpatrio.

Per far ciò si è interrogata sul significato da attribuire all’art.46 C.e.d.u., scorgendovi dunque un preciso obbligo giuridico degli Stati responsabili di eliminare, anche al di là della vicenda esaminata, gli effetti delle violazioni accertate dalla Corte.

In questa nuova prospettiva, il giudice di Strasburgo ha ritenuto di non potere decidere allo stato la questione relativa all’equa riparazione pure sollecitata dal richiedente, invitando per un verso il Governo polacco ad indicare le misure individuali predisposte a favore del Sig. Broniowski. Ma la Corte ha pure sollecitato le autorità nazionali ad individuare le misure di ordine generale che lo Stato doveva attuare per eliminare i danni subiti dagli altri soggetti coinvolti nella vicenda Bug River, aggiornando ogni decisione sul punto.

Così facendo, il giudice di Strasburgo ha esteso i benefici delle sue decisioni a tutti coloro che si trovano nelle medesime condizioni del richiedente, imponendo allo Stato autore della violazione di adottare le opportune soluzioni legislative o amministrative in modo da garantire la tutela del diritto fondamentale per come tutelato dalla C.e.d.u. E ciò non soltanto per sgravare il peso del contenzioso che affligge la Corte per vicende omologhe- stimate in numero pari a 167 - ma anche per garantire il principio di effettività della tutela giurisdizionale.

La Corte era ben conscia che non erano alla stessa riservati i compiti di valutare le misure che devono prendere gli Stati per rimuovere le violazioni alla C.e.d.u. Ciò non le ha tuttavia impedito di considerare che il sistema di tutela da essa offerto, in tanto può dirsi efficace, in quanto gli Stati responsabili attuino, in base al principio di sussidiarietà , i dicta della Corte in modo da evitare defatiganti liti seriali innanzi a quel giudice.

Il che ha condotto la Corte a riconoscere che il carattere strutturale della violazione impone allo Stato, già all’interno del processo relativo alla causa pilota, l’adozione di misure generali a livello nazionale che, nel quadro dell’esecuzione della sentenza (§ 193 sent.Broniosky), offrano alle persone danneggiate una riparazione per la violazione delle Convenzione, eventualmente adottando misure aventi efficacia retroattiva.

Peraltro, la Corte, decidendo di non esaminare la domanda di equa riparazione avanzata dal richiedente, non si è limitata a questa già dirompente statuizione, riservandosi un ulteriore spazio operativo al fine di valutare se lo Stato responsabile ha, in tempi ragionevoli, eliminato le cause che avevano prodotto simili violazioni dando attuazione alle statuizioni fissate nella “pilot-judgment procedure�.

Tali principi rivoluzionari[5] sono stati successivamente ribaditi nel caso Hutten-Czapska c. Polonia[6], allorché la Corte, ricordando il leading case Broniowski, ha dato atto del principio delle violazioni di sistema correlato alla situazione di sistematico contrasto, prodotto dalla legislazione o dalla prassi amministrativa di un ordinamento nazionale con la C.E.D.U. in danno di un considerevole numero di persone.

Da qui la necessità che le misura di ordine generale imposte dalla Corte all’atto della condanna dello Stato responsabile siano rivolte a ristabilire in via generale l’ordine violato, pur senza spingersi fino ad individuare quali misure potrebbero ristabilire il giusto equilibrio fra proprietario e conduttore.

Il che dimostra quanto la Corte, arrogandosi prerogative fin qui non sperimentate, intende spronare gli Stati ed il Comitato dei Ministri a vivificare le decisioni del giudice di Strasburgo ben oltre i limiti della causa pilota dalla stessa esaminato.

Ciò, nelle parole pronunziate dal Presidente della Corte dei diritti umani in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2005, finisce col rappresentare l’ultima frontiera delle Corte dei diritti umani, sempre più vista come l’ultimo avamposto capace di fornire adeguata risposta alle istanze dei cittadini.

Il che peraltro, prosegue Wildhaber, non fa venir meno la centralità degli Stati nell’applicazione della Convenzione in ragione del principio della sussidiarità che fa dei singoli Stati il primo e principale livello di tutela.



Il caso Sejdovic c.Italia (Cort.dir.uomo 10 novembre 2004).

Ancor più penetrante è risultato il sindacato operato dalla Corte dei diritti umani nel caso Sejdovic c.Italia[7].

In quell’occasione il giudice di Strasburgo, ritornando sul problema dei processi penali svolti in contumacia, ha acclarato l’esistenza di un problema strutturale legato al cattivo funzionamento della legislazione italiana laddove non assicura ai condannati in contumacia il diritto ad un nuovo processo allorché queste non sono state informate in maniera effettiva delle procedure a loro carico e non hanno rinunziato in maniera inequivoca a comparire.

In tale circostanza la Corte, citando il caso Broniowski, ha quindi ritenuto che le lacune interne acclarate possono dar luogo a violazioni di sistema in danno di altri soggetti e si è poi spinta fino ad affermare che lo Stato responsabile della violazione ex art.6 C.e.d.u. è tenuto ad adottare le misure appropriate per attuare tale diritto in favore del ricorrente e delle persone che si trovino in una situazione simile. Non solo.Ma ha anche prospettato, quale misura riparatoria per evitare la reiterazione e propagazione delle violazioni a carico dello Stato responsabile, la riapertura del processo interno, indicandola quale misura all’uopo più appropriata[8].

Tale pronunzia, destinata a rimanere superata per effetto del rinvio alla Grande Camera richiesto dallo Stato italiano di cui si dirà , segna un altro passo rilevante nell’individuazione dell’efficacia che i dictà della Corte di Strasburgo vanno assumendo.

Se l’Italia si è generalmente mostrata particolarmente sensibile alle pronunzie della Corte del diritti umani solo quando le condanne dalla stessa pronunziate hanno assunto proporzioni notevoli.In questo senso esemplare è la vicenda dell’irragionevole durata del processo va registrata, di recente, una netta sterzata in favore della piena attuazione delle sentenze rese dalla Corte dei diritti umani

Che il trend sia ormai inarrestabile trova ora conferma nell’introduzione, addirittura operata con le forme del decreto legge-d.l.21 febbraio 2005 n.17(conv. con modif.nella l.22 aprile 2005 n.60)- di una modifica del codice di procedura penale in tema di processi in contumacia, proprio sulla materia che aveva prodotto sistematiche condanne dell’Italia innanzi alla Corte di Strasburgo.

Per comprendere l’importanza del provvedimento legislativo occorre muovere dalla Relazione tenuta dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2005 in Roma, ove si ricordava <>.

Veniva in quell’occasione rilevato che la Corte non si era limitata ad accertare la violazione, ma aveva indicato anche le misure individuali e generali da adottare, in particolare la modifica della legislazione italiana in tema di contumacia. Si trattava, infatti di una delle c.d.violazioni di sistema, ricorrenti allorché la responsabilità dello Stato nasce dall’applicazione di una disposizione normativa destinata a riproporsi sistematicamente.Era dunque lo stesso Procuratore generale ad auspicare che tale sentenza fosse stata oggetto di riflessione circa la delicata problematica del rapporto gerarchico tra diritto interno e Convenzione europea e sui limiti accettabili di erosione della sovranità statale dipendenti dall'esistenza di un ordinamento sovranazionale.

In questo senso il Governo, raccogliendo il monito del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ha introdotto nuove norme sul processo contumaciale.

In particolare, la vecchia formulazione dell’art.175 c.p.p.- Il pubblico ministero, le parti private e i difensori sono restituiti nel termine stabilito a pena di decadenza (173), se provano di non averlo potuto osservare per caso fortuito o per forza maggiore. Se è stata pronunciata sentenza contumaciale o decreto di condanna, può essere chiesta la restituzione nel termine per proporre impugnazione od opposizione anche dall’imputato che provi di non aver avuto effettiva conoscenza del provvedimento, sempre che l’impugnazione non sia stata già proposta dal difensore e il fatto non sia dovuto a sua colpa ovvero, quando la sentenza contumaciale è stata notificata mediante consegna al difensore nei casi previsti dagli artt. 159, 161 comma 4 e 169, l’imputato non si sia sottratto volontariamente alla conoscenza degli atti del procedimento. La richiesta per la restituzione nel termine è presentata, a pena di decadenza (173), entro dieci giorni da quello nel quale è cessato il fatto costituente caso fortuito o forza maggiore ovvero, nei casi previsti dal comma 2, da quello in cui l’imputato ha avuto effettiva conoscenza dell’atto. La restituzione non può essere concessa più di una volta per ciascuna parte in ciascun grado del procedimento- è stata sostituita nella nuova legge quanto al comma 2-: «Se è stata pronunciata sentenza contumaciale o decreto di condanna, l'imputato è restituito, a sua richiesta, nel termine per proporre impugnazione od opposizione, salvo che lo stesso abbia avuto effettiva conoscenza del procedimento o del provvedimento e abbia volontariamente rinunciato a comparire ovvero a proporre impugnazione od opposizione. A tale fine l'autorità giudiziaria compie ogni necessaria verifica»- mentre è stato introdotto il comma 2-bis, contenente i termini entro i quali va proposta la richiesta di restituzione dei termini.Infine, il terzo comma dell’art.175 c.p.p. impone l’irripetibilità della richiesta per ogni grado di giudizio.

Ora, al di là del problema della conformità della legislazione sopravvenuta ai canoni scolpiti dalla Corte Edu- la nuova disciplina sembra avere agito sull’onere della prova correlato all’effettiva conoscenza del procedimento o del provvedimento-, su cui si tornerà in seguito- per cui v. Serraino A.,La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 9.6.2005 ed il procedimento contumaciale a seguito della riforma dell’art. 175 c.p.p., in www.associazionedeicostituzionalisti.it- il passo va salutato con favore se si considera l’atteggiamento ben più benevolo della Corte costituzionale in materia (cfr.Corte cost. n.399/1998) volto a giustificare le precedenti disposizioni in tema di notificazioni agli irreperibili- in tema di restituzione nel termine per impugnare a condizione che il condannato non sai sia sottratto volontariamente alla conoscenza degli atti del procedimento(art.175 comma 2 c.p.p.)



La sentenza Sejdovic della Grande Camera dell’1 marzo 2006.

La Grande Camera della Corte di Strasburgo- che aveva accolto la richiesta del Governo italiano di rimettere alla decisione della sezione composta da 17 giudici il caso Sejdovic, con la sentenza pubblicata l’1 marzo 2006 ha confermato, sia pure non all’unanimità , le considerazioni espresse nella prima sentenza Sejdovic-ormai superata dalla decisione che si commenta- ritenendo che l’imputato non era stato messo in condizione di conoscere l’esistenza del processo, di rinunziare al diritto di partecipare al processo e di partecipare personalmente al processo svolto a suo carico nel quale era stato condannato.

La Corte, sgombrato il campo dalla preliminare eccezione di inammissibilità della domanda per mancato esaurimento delle vie di ricorso interne avanzata dall’Italia-La Corte ha ritenuto che solo dopo l’arresto in Germania e durante la fase dell’estradizione vanamente sollecitata dall’italia il Sejdovic era venuto a conoscenza della condanna in prime cure resa dalla Corte di assise di Roma (divenuta definitiva) e che il termine di dieci giorni da quell’epoca per proporre appello(secondo la disciplina del vecchio art.175 c.p.p.) non era idoneo a garantirgli un effettivo esercizio del diritto, anche considerando che lo stesso si trovava in un paese straniero- ha peraltro disatteso l’argomento, pure speso dal Governo italiano, per cui l’imputato si era consapevolmente sottratto all’autorità giudiziaria italiana abbandonando l’abituale luogo di residenza, non potendo tale argomento di per sé giustificare che lo stesso fosse a conoscenza del processo a suo carico, né potendo valorizzarsi elementi indiziari concernenti la responsabilità dell’imputato per l’omicidio contestatogli, a ciò ostando la presunzione di innocenza prima della definitiva condanna.

Da qui la riaffermata violazione dell’art.6 CEDU.

Passando all’aspetto forse più interessante della vicenda, correlato alle misure ripristinatorie fissate nella prima sentenza Sejdovic, la Corte di Strasburgo ha escluso la correttezza dell’opinione del Governo secondo la quale la vicenda aveva messo in evidenza non una violazione strutturale del sistema processual-penalista interno, quanto la inosservanza dell’art.6 CEDU nel caso concreto.

Sul punto è stato agevole osservare che la violazione in danno del Sejdovic traeva origine dalla disciplina processuale interna che non offriva a qualunque imputato contumace un sistema di tutela per esercitare in modo adeguato il suo diritto a partecipare al processo e ad impugnare la sentenza resa in sua assenza, poi specificando che i rimedi iterni- incidente di esecuzione(art.670 c.p.p) e rimessione in termini(art.175 c.p.p.) non rendevano concreta ed effettiva la possibilità dell’imputato di ottenere un processo equo mendiante la sua partecipazione diretta volta a dimostrare l’innocenza.

Più spinoso era, invece, il tema delle modalità che il Governo italiano avrebbe dovuto attuare per eliminare gli effetti della violazione.Secondo il Governo, infatti, la Corte avrebbe dovuto chiarire le modalità con le quali il processo doveva essere rifatto, ponendosi rilevanti interrogativi circa i mezzi di prova da utilizzare nel nuvvo processo e l’efficacia di quelli raccolti nel primo.

Su tale questione la Corte ha ribadito quanto espresso nel caso Broniowsky c.Polonia a proposito della violazioni di sistema, poi aggiungendo che non era necessario accertare se la novella all’art.175 c.p.p. avesse eliminato la violazione dell’art.6 CEDU- mancando ancora un quadro giurisprudenziale (id est un diritto vivente) su tale disposizione-.Piuttosto, la Corte ha riconosciuto che, in via generale, la riedizione del processo in favore del contumace che ne fa richiesta rappresenta una misura generalmente idonea ad elidere gli effetti della violazione, fermo restando il potere del singolo Stato, sotto la supervisione del Comitato dei Ministri, di adottare la misure ritenute più appropriate in relazione alla singola fattispecie.





[1]Resolution Res(2004)3 of the Committee of Ministers
on judgments revealing an underlying systemic problem, in https://wcd.coe.int/ViewDoc.jsp?id=743257&Lang=fr

[2] Recommendation Rec(2004)6 of the Committee of Ministers to member states on the improvement of domestic remedies , in https://wcd.coe.int/ViewDoc.jsp?id=743317&Lang=en



[3] “…Recommends that member states, taking into account the examples of good practice appearing in the appendix: I. ascertain, through constant review, in the light of case-law of the Court, that domestic remedies exist for anyone with an arguable complaint of a violation of the Convention, and that these remedies are effective, in that they can result in a decision on the merits of the complaint and adequate redress for any violation found; II. review, following Court judgments which point to structural or general deficiencies in national law or practice, the effectiveness of the existing domestic remedies and, where necessary, set up effective remedies, in order to avoid repetitive cases being brought before the Court;…� E’ appena il caso di rammentare che il contenuto della Risoluzione e della Raccomandazione da ultimo ricordato ha trovato una certa eco nel Protocollo n.14 alla C.E.D.U.- ratificato recentemente dall’Italia con legge ordinaria ma non ancora entrato in vigore, abbisognando delle ratifiche di tutti i Paesi aderenti alla Convenzione- pure richiamato dal Governo Italiano nella sentenza in rassegna, , nel quale è stato particolarmente sottolineato come lo Stato responsabile di una violazione della C.E.D.U. ha l’obbligo, in aggiunta a quello sancito dall’art.13 C.E.D.U., di risolvere definitivamente i problemi che hanno dato luogo alla violazione Modificando l’art.46 C.E.D.U..Detto Protocollo consente, da un lato, al Comitato dei Ministri di sollecitare alla Corte dei diritti umani una pronunzia interpretativa di una precedente decisione ove siano insorti problemi interpretativi in fase di attuazione.Per altro verso, è prevista, sulla scia di un sistema già conosciuto a livello comunitario, che detto Comitato può investire la stessa Corte di un giudizio teso ad accertare la mancata attuazione dello Stato responsabile alla sentenza.Osserva sul punto Buonuomo, La tutela della proprietà dinanzi alla Corte dei diritti dell’uomo,Milano,30 che tale sistema potrebbe indurre la Corte EDU, in caso di riconosciuto inadempimento, all’applicazione di penalità di mora analoghe a quelle previste nell’ordinamento comunitario.Sul punto sia consentito il rinvio a Conti R.,Le penalità di mora fra diritto comunitario e diritto interno, in Danno e resp. 2004,5,491, in nota a Corte giust. 25 novembre 2003, causa C-278/01. Tale pronunzia ha dichiarato che la Stato membro che rimanga inadempiente agli obblighi ad esso incombenti in base ad una sentenza della Corte di Giustizia, venendo meno agli obblighi previsti dall’art.228 CE, è tenuto a versare alla Commissione delle Comunità europee una penalità di mora per anno a decorrere dalla pronuncia della sentenza e fino all'anno in cui sarà acclarata la piena esecuzione della sentenza.L’attenzione di Strasburgo verso gli affari ripetitivi, d’altra parte, risale al Rapporto della Commissione dei diritti dell’uomo (2002)146 del 18 ottobre 2002. Recentemente, Corte giust., Grande sezione, 12 luglio 2005, causa C-304/02, Commissione delle Comunità europee / Repubblica francese, in Corr.giur., 2005,10,__, conformandosi alle conclusioni rese dall’Avvocato generale Geelhoed il 1 novembre 2004, ha applicato contemporaneamente ad uno Stato membro una penalità di mora ed un’ammenda forfetaria a seguito del suo grave e persistente inadempimento al diritto comunitario.E’ stato in particolare ritenuto che tanto la penalità quanto la somma forfetaria, quali previste dal Trattato, hanno lo scopo di spingere uno Stato membro inadempiente a dare esecuzione ad una sentenza per inadempimento e di garantire l'applicazione effettiva del diritto comunitario. Peraltro, se l'imposizione di una penalità consente di indurre uno Stato membro a porre fine, nei termini più brevi, ad un inadempimento che avrebbe tendenza a persistere, per altro verso l'imposizione di una somma forfetaria si basa prevalentemente sulla valutazione delle conseguenze della mancata esecuzione degli obblighi dello Stato membro sugli interessi privati e pubblici, in particolare qualora l'inadempimento sia persistito per un lungo periodo dopo la sentenza che lo ha inizialmente accertato. Secondo la Corte è dunque ben possibile imporre contemporaneamente i due tipi di sanzioni in particolare qualora l'inadempimento, nel contempo, sia perdurato a lungo e tenda a persistere.

[4] Corte dir.uomo, 22 giugno 2004, Broniowski c.Polonia, in www.echr.coe.int. Per un primo commento alla sentenza v. Lambert-Adbdelgawad E.,La cour europèenne au secours du comitè des ministres pour une meilleure exècution des arrèts <>,in Rev.trim.dir.h., 61,2005,203.

[5] Così li ha definiti Lambert-Adbdelgawad E.,La cour europèenne au secours du comitè des ministres pour une meilleure exècution des arrèts <>,cit.,213

[6] Corte dir.uomo, 22 febbraio 2005, Hutten-Czapska c. Polonia, in www.echr.coe.int.

[7] Corte dir.uomo 10 novembre 2004, Sejdovic c.Italia, in www.dirittiuomo.it..

[8] Lambert-Adbdelgawad E.,La cour europèenne au secours du comitè des ministres pour une meilleure exècution des arrèts <>,cit.,222.In dottrina v.Imbert P.H., L’esecuzione delle sentenze, 247. La riapertura del processo è stata indicata dal Comitato dei Ministri come una delle misure che meglio può eliminare gli effetti della accertata violazione alla C.e.d.u..In proposito, merita di essere ricordata la Raccomandazione n.2 adottata il 19 gennaio 2000 -Recommendation No. R (2000) 2
on the re-examination or reopening of certain cases at domestic level
following judgments of the European Court of Human Rights - : « … Encourages the Contracting Parties are, in particular, encouraged to examine their national legal systems with a view to ensuring that there exist adequate possibilities of re-examination of the case, including reopening of proceedings, in instances where the Court has found a violation of the Convention, especially where: (i) the injured party continues to suffer very serious negative consequences because of the outcome of the domestic decision at issue, which are not adequately remedied by the just satisfaction and cannot be rectified except by re-examination or reopening, and (ii) the judgment of the Court leads to the conclusion that (a) the impugned domestic decision is on the merits contrary to the Convention, or (b) the violation found is based on procedural errors or shortcomings of such gravity that a serious doubt is cast on the outcome of the domestic proceedings complained of.�

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