LA BEATIFICAZIONE DI ROSARIO LIVATINO

di Gianni CARIA

 

 

 

La strada 640 scende da Canicattì ad Agrigento con larghe curve. Il 21 settembre 1990 verso le 8,30, all’altezza di un ponte stradale, un’utilitaria color amaranto è ferma sul bordo con i vetri infranti. Un piccolo uomo in camicia e cravatta corre giù nella valle in un silenzio immobile. Un altro uomo più atletico lo insegue sempre più da vicino, con in mano una pistola. Il piccolo uomo sa che sarà raggiunto.

Quella mattina, in quella valle sotto al viadotto, vidi per l’ultima volta Rosario Livatino: a terra e col volto bucato dalle pallottole, gli occhi semiaperti a guardare ancora per un attimo un pezzo di cielo azzurro della sua Sicilia.

Quel giorno morì il giudice ragazzino, secondo una sprezzante definizione che l’allora Presidente della Repubblica affibbiò qualche mese dopo ai giovani magistrati che si trovavano in prima linea in terra di mafia, lasciandoli ancora più soli in quel difficile compito. La bara di Rosario fu portata a spalla da altri giudici ragazzini fino alla Cattedrale di Agrigento e da questi vegliata con indosso la toga. Quel giorno, in una città che non osservò il lutto cittadino, si sentirono pianti sinceri e pianti di circostanza, si videro visi di pietra e visi di fango.

Il 21 settembre 2011 si avvierà il processo di beatificazione di Rosario Livatino nella diocesi di Agrigento. È difficile entrare nel merito della questione, non solo perché si tratta, come si potrebbe dire, di altra giurisdizione, che decide con parametri diversi da quelli della giustizia terrena. Si sentiranno testimoni e si leggeranno le carte pubbliche e private scritte da Rosario nella sua breve esistenza. Si dovrà stabilire non solo se la sua vita sia stata esempio concreto di attuazione dei principi cristiani, ma anche se possono essergli attribuiti eventi miracolosi avvenuti dopo la sua morte, come per esempio guarigioni inspiegabili.

Di Rosario si sa per certo che era un credente sincero e che le sue riflessioni, contenute in discorsi pubblici e nelle sue agende, si rivolgevano spesso al difficile rapporto fra giustizia e carità, fra la rigidità della legge e l’umana comprensione verso chi ha sbagliato. Ciò non gli impedì di essere un magistrato inflessibile, dimostrando che non ci può essere carità se prima non c’è verità, e non c’è verità se non c’è giustizia.

Chi l’ha conosciuto, per poco o per molto tempo, sa che la sua fede nella giustizia si sovrapponeva a quella cristiana, peraltro mai ostentata o esibita: si capiva, nel parlargli o nel vederlo all’opera, quanto per lui il confine fra missione laica e missione religiosa fosse sottile, quanta coerenza c’era fra il suo pensiero e il suo agire quotidiano.

Ciò non significa che la fede nella giustizia, intesa come condizione necessaria di libertà ed eguaglianza, si debba accompagnare necessariamente alla fede cristiana: dei molti che ne fanno una ragione di vita, e di quelli che per questo non ci sono più, l’opinione pubblica non conosce le convinzioni religiose. La fede nella giustizia è laica, riguarda la vita terrena: se in Rosario era una naturale conseguenza della sua fede religiosa è perché non vi è contrasto fra le due fedi, che passano entrambe per un assunto secondo cui tutti gli esseri umani sono uguali e liberi.

Rosario era coerente, come il parroco don Pino Puglisi, come il comunista Peppino Impastato, come il laico Giovanni Falcone, come il carabiniere Giuliano Guazzelli o come il poliziotto Ninni Cassarà, come i tanti e troppi ricordati o dimenticati, ignorati o mal sopportati da vivi e celebrati da morti, che con le loro azioni e il loro sacrificio hanno contribuito a rendere il mondo migliore. E il mondo è effettivamente migliore, nonostante a volte sia difficile crederlo.

L’insegnamento più grande che l’esempio di Rosario può dare ai cittadini è proprio il valore della coerenza, la perfetta sovrapposizione fra ciò che si dichiara di essere e ciò che si pratica. Quanti Ponzio Pilato, quanti sepolcri imbiancati avrà conosciuto Rosario nella sua breve vita; quante persone avranno scrollato il capo pensando “ma cosa crede di fare quel ragazzino” quando metteva il naso negli affari più loschi fra criminalità organizzata e politica o quando contribuiva a confiscare i beni dei mafiosi.

Il tempo è galantuomo, si dice, ed è una consolazione che ci regala la storia: ci si ricorda degli uccisi, di chi ha fatto il proprio dovere anche e spesso da solo, e non di chi all’epoca ironizzava o si girava dall’altra parte. È una consolazione pensare, a prescindere dalle personali convinzioni religiose, che c’è gente, e ce ne sarà sempre di più, che pregando invoca il nome di Rosario e così ne conserva il ricordo.

Rosario Livatino ha lasciato scritto in una sua agenda: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.

 

GIANNI CARIA

(pubblicato su La Nuova Sardegna il 18.9.2011)