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Il discorso inaugurale dell’anno giudiziario 2007 della Corte europea dei diritti dell’uomo pronunziato il 19 gennaio 2007 dal neo presidente Jean-Paul COSTA, succeduto al giudice WILDHABER che ha lasciato la Corte per raggiunti limiti di età
Il discorso inaugurale dell’anno giudiziario 2007 della Corte europea dei diritti dell’uomo pronunziato il 19 gennaio 2007 dal neo presidente Jean-Paul COSTA, succeduto al giudice WILDHABER che ha lasciato la Corte per raggiunti limiti di etàtraccia un quadro preciso dell’attività e del ruolo svolto dal giudice di Strasburgo nella tutela dei diritti umani scolpiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
Nel dare, infatti, la misura del contenzioso pendente innanzi a quella giurisdizione sopranazionale - pari a circa 90.000 ricorsi - e dell’incremento delle cause sopravvenute (pari all’11%) rispetto al pur rilevante incremento della produttività dei giudici ivi operanti (cresciuta del 40%) e della razionalizzazione dei servizi - confermata anche dall’istituzione della 5^ sezione della Corte risalente all’1 aprile 2006 - il Presidente COSTA mette in rilievo che l’esecutività del Protocollo n. 14 –ratificato da 45 Paesi rispetto ai 46 aderenti al Consiglio d’Europa - consentirà un’ulteriore incremento della produttività del 25%. Da qui l’invito a tutti i rappresentanti dei Paesi aderenti a procedere speditamente alla ratifica di tale Protocollo.
Nel discorso è stato evidenziato che i costi sopportati per effetto dell’incremento della produttività hanno riguardato la qualità del prodotto giudiziario, anche se non sono mancate pronunzie di particolare valore nell’anno di riferimento, quali il caso Sorensen e Rasmussen c. Danimarca in tema di diritti sociali e di monopolio di un sindacato - contrasto con la libertà di associazione (art. 11 CEDU) -, il caso Giniewski c. Francia, il tema di libertà di espressione e dei processi in contumacia - caso Sejdovic c. Italia, ove la Corte ha ribadito i principi espressi sul processo c.d. in absentia anche per le ipotesi in cui non fosse stato dimostrato che l’imputato stava tentando di eludere la giustizia o aveva rinunziato inequivocabilmente al suo diritto di difendersi in persona.
Particolarmente rilevante è stata pure ritenuta la sentenza nel caso Stec vs Regno Unito, nella quale si è ritenuto che i permessi di lavoro riconosciuti alle lavoratrici britanniche concernono interessi di natura patrimoniale tutelati dall’art. 1 Prot. n. 1 alla CEDU e che il vantaggio attribuito alle beneficiarie non crea un pregiudizio al principio di discriminazione riconosciuto dall’art. 14 della Convenzione.
Non è nemmeno mancato il riferimento ai casi Hutten-Czapska c. Polonia che, sulla scia del precedente caso Broniowski, ha ribadito il rilievo attribuito alle c.d. cause pilota, correlate alle c.d. violazioni di sistema, per effetto delle quali i singoli Stati sono tenuti ad uniformarsi alle misure di ordine generale che la Corte individua quando affronta un caso che mette in evidenza un deficit strutturale del sistema nazionale nascente dalla normativa interna o dalla prassi giurisdizionale.
Gli esempi citati dimostrano, secondo il Presidente Costa, quanto la giurisprudenza della Corte dei diritti umani, pur non essendo dotata di efficacia erga omnes, sia capace di influenzare giudici ed operatori del diritto, contribuendo all’armonizzazione degli standard di tutela nel campo dei diritti e delle libertà.
Proprio in questa prospettiva è stato giustamente sottolineato il grande compito svolto dalle giurisdizioni nazionali, ormai capaci di applicare rapidamente e correttamente la giurisprudenza di Strasburgo, talvolta addirittura precedendola.
E’ stato quindi detto a chiare lettere che maggiore è l’applicazione corretta della Convenzione da parte dei giudici nazionali, minore sarà il ricorso alla Corte europea da parte degli 800 milioni di potenziali utenti, spettando appunto alle autorità nazionali l’obbligo di eliminare le violazioni dei diritti umani.

il testo integrale del discorso
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