Le due alternative  della politica associativa dell’ANM in materia di condizioni di lavoro sempre piu’ impossibili

di Carlo CITTERIO

 

 

 

1. Parto da un esempio concreto per tentare di spiegare più efficacemente il mio pensiero. La Cassazione penale presenta da tempo una rilevante scopertura di organico, un numero di sopravvenienze annuali in aumento (i pervenuti del 2014 sono 55.822, dopo che nel 2011 sono stati superati, senza ritorno, i 50.000, con 51.137), il lavoro individuale è al limite del fisicamente sostenibile rispetto al tempo oggettivo disponibile (definiti nello stesso 2014 53.550; tenuto conto del numero di consiglieri stabilmente addetti al settore penale, 112, il numero medio di procedimenti definiti per magistrato è stato 477; la pendenza media di un procedimento dall’iscrizione alla definizione è di 215 giorni), e, aspetto di maggiore gravità, la qualità del ‘prodotto giurisdizionale’ è sempre più inadeguata, con le pericolose ricadute sulla giurisdizione quotidiana nazionale.

A fronte di tale situazione, vi sono due alternative. La prima: dammi un numero, il mio numero, dimmi quanti provvedimenti all’anno devo fare, il resto vada come vada, non è più un mio problema. La seconda: individuiamo il punto oltre il quale viene meno l’adempimento della funzione propria della Corte di cassazione rispetto alle specifiche aspettative della giurisdizione ordinaria (nelle sue varie componenti, anche l’Avvocatura e innanzitutto i Cittadini), adottiamo gli strumenti organizzativi possibili per razionalizzare il lavoro e gli adeguamenti culturali/funzionali possibili (se la motivazione può essere di una pagina, anche se la sentenza è della Cassazione sia di una pagina: ciò che solo conta è dar segno che il controllo che doveva esser fatto lo è stato) e – ecco il punto che qualifica questa alternativa – mettiamo contestualmente e con decisione in mora il Legislatore/Governo (oggi due Poteri sempre più indistinti…) con segnalazioni/richieste specifiche.

Così, ad esempio, se dei 53.550 ricorsi definiti nel 2014 20.812 sono stati decisi dalla sezione che tratta solo i ricorsi individuati come palesemente inammissibili già in sede di primo ‘spoglio’, la seconda alternativa prevede che venga richiesto con forza al Legislatore/Governo di modificare le norme che permettono la proposizione di un’impugnazione solo strumentale, volta esclusivamente a beneficiare del suo effetto sospensivo dell’esecuzione. Non per ‘strozzare’ diritti individuali, ma per razionalizzare e ripristinare il senso della funzione, in modo che i diritti individuali di difesa ‘veri’ (perché soli tutelati dalla Costituzione) siano salvaguardati efficacemente e in concreto, cosa che non episodicamente la Corte di cassazione non riesce a fare. Non c’entra infatti il diritto di difesa (ed è tra l’altro significativo che i tempi di definizione di tale tipologia di ricorsi sia paradossalmente tra i più lunghi nel confronto tra le varie sezioni, proprio per la loro mole: con l’effetto paradossale, quindi, che più inconsistente è il ricorso più tempo passa per la sua definizione; d’altronde non è che la Corte possa fermare la trattazione dei ricorsi più seri per definire al volo quelli strumentali). Orbene, sarebbe sufficiente l’agile modifica di alcune norme per contenere il fenomeno (basti pensare che un ricorso senza motivi, o dove si chiedono le attenuanti generiche già ottenute etc., oggi viene trasmesso dal giudice a quo in cassazione, registrato, ‘spogliato’ presso la sezione competente per materia secondo le tabelle di organizzazione, inviato alla settima sezione competente per la definizione dei ricorsi palesemente inammissibili, fissato in udienza della quale viene dato avviso almeno trenta giorni prima all’interessato e, finalmente, definito in tale udienza con cinque magistrati e un bel provvedimento formale che può dire: ohibò, ma questo ricorso non ha motivi, ma le generiche le avevi già avute, etc., e quindi va dichiarato inammissibile! E il processo finisce…). Tra l’altro, numerosi progetti e disegni di legge pendono in Parlamento proprio con queste finalità: occorre ‘darvi una spinta’.

Bene. Deve esservi consapevolezza piena e netta, e lo dico con serenità e convinzione alle Colleghe ed ai Colleghi dei gruppi di Magistratura indipendente, Autonomia e indipendenza, delle varie Proposte che mutano nome nelle contingenze anche se con le medesime persone, che la scelta tra le due alternative non è affatto neutra. Se dovesse prevalere l’attenzione al solo numero individuale (ammesso che sia individuabile un numero ‘significativo’: l’esperienza dimostra che tra i più esperti ed efficaci nella gestione della statistica personale sono presenti colleghe e colleghi la cui fama lavorativa, nell’ambiente di lavoro pertinente, non è esaltante), senza il contestuale, convinto e incisivo impegno per sollecitare il Legislatore/Governo alle proprie responsabilità, nel medio periodo l’aggravamento inevitabile della ingestibilità del sistema, la paralisi generalizzata della risposta alle attese di giustizia della collettività, non potrebbero che condurre o a reclutamenti straordinari di magistrati con forme incompatibili con la garanzia della necessaria qualità tecnica di partenza e della genuinità delle ragioni dell’impegnativa scelta professionale; ovvero (o insieme) ad una radicale modifica del ruolo e della struttura della Magistratura come l’abbiamo conosciuta e vissuta e come tentiamo di viverla. Del resto, e anche questo è un punto essenziale sul quale occorrerebbe riflettere insieme con trasparenza, per comprendere e confrontare le varie posizioni associative, è certo e in qualche modo fisiologico che il consenso sociale al valore dell’indipendenza della funzione sociale sia condizionato (o comunque fortemente influenzato) dalle concrete modalità e dai risultati oggettivi dell’esercizio di quella funzione: non autoreferenziale, non di casta, tecnicamente affidabile, sempre responsabile e, comunque e forse soprattutto, efficace.

Ecco, a chi concentra tutta l’attenzione sul numero magico individuale, vorrei ricordare che senza l’impegno per assicurare l’efficacia della funzione collettivamente svolta si consegna la Magistratura al Potere del momento. Comprendo bene che per qualcuno ciò possa non solo andar bene ma essere addirittura un obiettivo: una magistratura corporativa che ha patteggiato col potere la conservazione dei propri privilegi, non più funzionali all’adempimento indipendente e responsabile dei doveri e delle previsioni costituzionali, ma solo componenti di uno status di ‘non disturbatori’. Ora, è vero che i Cittadini non votano per il CSM o per il Comitato direttivo centrale dell’ANM, né distribuiscono prebende di vario genere. Ma sono loro, i Cittadini, i nostri referenti. In proposito, sono convinto che tutte e tutti, nelle varie contingenze che riguardano il nostro lavoro, dovremmo, come metodo sistematico, domandarci: 1) da cittadino, come la penserei? 2) sono in grado di spiegare quel che chiedo al cittadino che incontro (ai parenti, agli amici, a chi trovo sull’autobus o a fare la spesa, …). E forse, tra l’altro, ci accorgeremmo che parte dei nostri pur fondati timori per le implicazioni delle modifiche al sistema della responsabilità civile fondano la loro autentica fonte nella mancanza di fiducia nell’operato quotidiano di nostri colleghi, se non di noi stessi.

2. Ora, questo è invece proprio l’occasione di ‘attaccare’. La presidenza del consiglio Renzi si caratterizza anche per un aspetto al tempo stesso debole e forte: l’impossibilità di dire pubblicamente ‘no’ a richieste/segnalazioni specifiche comprensibili e inevitabilmente condivise dai cittadini per interventi di razionalizzazione efficaci ed economici, che anche vengano ‘veicolati’ con modalità della comunicazione idonee ed anche originali rispetto ad un passato che era solo carta stampata ed informazione televisiva ufficiale o di parte. Sono così personalmente convinto che se una ‘finestra’ del sito dell’ANM contenesse volto e parole di una/un collega che quotidianamente chiede al presidente Renzi se è normale che un ricorso senza motivi o per doglianze su generiche già ottenute faccia la strada che prima ho ricordato e quanti soldi si sprecano così, tempo un mese avremmo il decreto legge che elimina tale assurdità. Così per i problemi del processo civile telematico, eccetera.

3. Proprio per questo dobbiamo operare per dare esecuzione e concretezza ai deliberati del nostro Comitato direttivo centrale e dell’Assemblea generale del 19 aprile, con l’impegno di tutti, anche di chi ha ritenuto poco ‘forti’ le iniziative decise. E’ l’ora delle iniziative sistematiche, non solo occasionali e contingenti, inserite in un disegno complessivo chiaro che spinga per la soluzione di almeno alcuni tra i problemi più rilevanti in ambiti dove la resistenza o il contrasto di Avvocatura e Forze politiche non possa essere giustificato di fronte ai cittadini.

Per esempio, anche su precedente richiesta della sezione dell’ANM il 25 giugno si terrà l’Assemblea generale dei magistrati della Corte di cassazione. Confido possa dare un contributo decisivo per spingere il Legislatore/Governo a intervenire e dar corso ai progetti pendenti, con le modifiche tecniche e di sistema indispensabili (non ha senso ripristinare competenze del giudice a quo sull’inammissibilità dell’impugnazione se poi contro quell’ordinanza si può ricorrere per cassazione: sarebbe rimedio tafazziano!). Questo dobbiamo, appunto, fare. Cominciando col cogliere l’occasione delle iniziative in programma per fine giugno, corroborandole con il ‘nostro’ personale apporto.

E soprattutto dobbiamo rispondere alla domanda di fondo: le nostre iniziative devono essere finalizzate a ottenere consenso ‘interno’, pensando al voto in più al prossimo CDC e al prossimo CSM, o soprattutto a cercare di risolvere i problemi per far sì che alla restituzione al singolo magistrato di condizioni di lavoro indispensabili per adempiere ai propri doveri funzionali corrisponda il miglioramento e la razionalizzazione del sistema-Giustizia, perché davvero il principio costituzionale della giustizia in tempi ragionevoli, giusta e uguale per tutti, trovi applicazione?

Ora noi tutte e tutti possiamo, e dobbiamo quindi, scegliere: agire associativamente solo per le visibilità individuali e le scadenze elettorali interne (anche con la strumentalizzazione di istituti statutari come i CDC straordinari o le Assemblee nazionali estemporanee di impossibile perché inadeguata gestibilità: mi pare di aver compreso che l’aspettativa per alcuni sia di un’assemblea generale cui partecipino tutti, senza deleghe, 7/8/9.000 persone presenti ciascuno che dice la propria … mah; non a caso lo statuto prevede il CDC come sede di confronto e operativa ordinaria); oppure anche agire per obiettivi efficaci che guardino pure al medio e lungo periodo e che, attenti alle esigenze contingenti, coniughino la situazione della Magistratura e del singolo magistrato con la situazione dell’intera funzione giurisdizionale e con le aspettative di giustizia della collettività. Obiettivi specifici, la cui realizzazione progressiva deve essere frutto di sollecitazioni mirate e coordinate, convinte. Dobbiamo aver cura di evitare di partorire programmi di azione associativa come quelli risultanti dai comunicati passati dell’Unione camere penali che tentavano di spiegare razionalmente le ragioni delle varie astensioni. Ho massima attenzione e stima della funzione dell’Avvocatura in genere e di quella penale, non da oggi: non solo perché me lo impone la Costituzione, ma perché so sulla mia pelle che un bravo avvocato mi è indispensabile per sbagliare meno; la vera critica che rivolgo all’Avvocatura è di non essere, anch’essa e più di noi, adeguata al ruolo che le compete. Ma ho sempre sorriso di quei maxi comunicati dove vi era di tutto e di più: chiedere contemporaneamente l’universo mondo è il mezzo migliore per non stanare l’interlocutore e consentirgli di tacere soave; dove c’è tutto c’è nulla.

CARLO CITTERIO 

componente del Comitato Direttivo Centrale

dell’ANM