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Intervento di Carlo SABATINI, membro del direttivo del Movimento per la Giustizia al congresso nazionale dell'Organismo Unitario dell'Avvocatura

‘Unire le forze per ridare vita al sistema’: titolo assai pertinente, perchè indica una situazione di grave inedia del sistema, organismo i cui parametri vitali sono sempre più compromessi e che rischia di non assolvere più alla sua funzione. La prospettiva incombente vede sempre più il sistema giustizia confinato a ‘stanza di compensazione del disagio e della marginalità sociale’: perchè i conflitti veri vengono risolti altrove, in base a pretese specificità settoriali (come accade per le Autorità) e alla invocata prevalenza delle leggi del mercato su quelle che regolano i diritti delle persone.
Cosa fare?
Suggerirei, intanto, di abbandonare i rispettivi luoghi comuni: che infiammano le folle di colleghi, e fanno ottenere consensi all’interno della categoria, ma che non fanno crescere. Se viene menzionata “la piaga delle sacche di privilegio, perchè i maggiori stanziamenti degli ultimi anni in favore del settore sono stati pressoché interamente assorbiti dagli oneri relativi agli stipendi dei magistrati”, verrebbe fatto, allora, di rispondere - in modo altrettanto prosaico - che “le cause del disastro risiedono tutte nell'anomalia italiana di un esercito di oltre 200.000 avvocati, esercito che alimenta in maniera artificiosa un contenzioso, riempiendo le aule di giustizia di liti costruite sul nulla”.
Non è questo, ovviamente, il pensiero mio e del Movimento per la giustizia: in un momento in cui è facile sparare a zero su un sistema oggettivamente inefficiente, in cui è agevole rimandare a responsabilità di altri – e in cui crescono gli atteggiamenti populistici – nessuno di noi può far pensare di volere completare la demolizione. Le critiche, anche le più feroci, sono fondamentali solo se accompagnate dallo sforzo di costruire.
A) Il livello ‘alto’
Un primo piano in cui molti passi comuni possono essere fatti è quello del confronto col legislatore: non neghiamoci, in primo luogo, reciprocamente la legittimità a interloquire, come rappresentanti di categorie coinvolte/travolte da riforme troppo spesso frutto di contingenze e calcolo ‘politico’, nel senso deteriore del termine. Chiediamo, con i modi e le forme che la Costituzione e le nostre coscienze richiedono, i miglioramenti che riteniamo doverosi: non per il nostro interesse personale, ma per quello del sistema.
Gli esempi, qui, possono essere infiniti: mi limiterò a ricordare che, per il penale, deve essere evitato un approccio normativo umorale, con un legislatore che modifica il rapporto tra misure cautelari, certezza della pena definitiva e finalità rieducative a seconda della cronaca nera di quel giorno.
Per il civile, va forse ripensata la proliferazione dei riti: e vanno adottate tutte le misure che realizzino nella sostanza il portato delle decisioni. Troppo spesso le sentenze si risolvono in un pregevole esercizio di retorica, e non sono in grado di assicurare il risultato che enunciano.
Va certamente sollecitata la riforma delle circoscrizioni giudiziarie, per recuperare almeno in parte quelle risorse la cui scarsità tanto spesso ci viene vengono opposta come prima causa della immodificabilità dell’esistente.
Va rivisto il sistema della difesa di ufficio, che è costoso e inefficiente.
Chiediamo poi al legislatore che risolva l’enigma della magistratura onoraria: magari scegliendo nettamente una forma di giurisdizione semplificata, che impegni minori risorse e consenta una risposta agile a istanze che la società comunque presenta.

B) Il livello ‘basso’
L’utilità di questo sistema, propositivo e non oppositivo, viene peraltro dall’esperienza ‘dl basso’. Il confronto tra avvocati e magistrati, nelle stesse aule, ha portato a osservatori, nel penale e nel civile, a protocolli di svolgimento di udienza, a incontri periodici e informali nei quali – però – molto in concreto è stato ottenuto.
Fissare fasce orarie; prevedere udienze tematiche; realizzare prassi di comunicazione in caso di impedimento sono in primo luogo strumenti di buon senso: che, al tempo stesso, sottendono una tensione morale al rispetto reciproco e al buon risultato dell’azione, buon risultato che non è nè del magistrato nè dell’avvocato, ma che è rivolto alla collettività. Le esigenze comuni, viste e affrontate insieme, possono portare lontano: a Roma, nel civile (e, speriamo, a breve anche nel penale) e con il contributo ideativo degli osservatori si è avviata una sperimentazione interessante. Le sentenze vengono scannerizzate e poi ‘lette’ da un sistema che le classifica, e le rende ricercabili anche attraverso i termini che vengono utilizzati. Si ipotizza, in futuro, di poter inserire questi provvedimenti in supporti o in un sito, dove renderli consultabili da magistrati e avvocati (ad esempio muniti di pw e carta prepagata). Si va, forse, verso il tramonto del famigerato ufficio copie ? Certo su questa strada di collaborazione si può arrivare – a legislazione invariata e costi ridottissimi (anzi, con risparmi di spesa per tutti, alla lunga) ad abbattimento dei tempi, al migliore impiego di personale - alla rapida conoscibilità degli atti: in buona misura, direbbero gli economisti, abbiamo collettivamente la disponibilità dei nostri mezzi di produzione. Perchè non approfittarne ?

C) Lo stato delle cose
Accanto a questi due piani di azione si pone, centrale, il confronto con la normativa esistente, che offre una occasione – forse l’ultima ? – perchè il ‘sistema giustizia’ faccia uno scatto in avanti.
Il nuovo sistema dell’ordinamento giudiziario introduce, finalmente, un nuovo meccanismo di valutazione dei magistrati: che ha dei limiti, indubbiamente, ma le cui potenzialità devono essere pienamente conosciute e sfruttate.
Uno dei principali buchi del sistema è stato quello della carenza di elementi conoscitivi sui magistrati, carenza che minava buona parte delle valutazioni cui gli stessi – per conferimento di incarichi, per passaggio di funzioni – venivano sottoposti.
Ora un sistema di valutazione c’è: l’art. 2 della l. 111 ha previsto un meccanismo valutativo articolato, demandando al CSM di elaborare i parametri, CSM che ha provveduto lo scorso 8 ottobre a dettagliare – in modo preciso - i criteri di valutazione, prevedendo anche per i prossimi due mesi l’esonero pressoché totale dal lavoro ordinario dei componenti a dimostrazione che – permanendo alcune forti critiche, soprattutto su altri punti – si vuole comunque collaborare lealmente per l’efficace attuazione di questa parte della Riforma.
Questa valutazione passa per il parere dei CG nei quali siedono anche gli avvocati. C’è dunque un concorso diretto dell’avvocatura, in uno snodo essenziale della vita del sistema giudiziario.
Gli avvocati possono:
- effettuare segnalazioni ai capi uffici, che le girano ai CG, che ne devono tenere conto al momento delle valutazioni periodiche di professionalità, che vanno al CSM;
- possono fare segnalazioni direttamente al CG;
- sono previste osservazioni del Presidente del CdO, ad esempio al momento del passaggio di funzioni
- hanno voto diretto su tabelle e organizzazione degli uffici.
Troppo poco ? Nessuna differenza, rispetto al passato ? Non direi, perchè un sistema (da taluni invocato) di intervento valutativo stabile, cioè con diritto di voto diretto sulla singola progressione del singolo magistrato presupporrebbe – anche ‘culturalmente’ – una clausola di reciprocità, sottendendo quella formazione comune che è ancora di là dal venire. Valorizziamo allora il fatto che si tratta, finalmente, di atti normativamente previsti come parte integrante di un procedimento che ha l’obiettivo di assicurare una corretta valutazione del magistrato e di assicurare il buon funzionamento degli uffici.
Segnalo, rispetto a questo secondo aspetto, che l’introdotta temporaneità degli incarichi direttivi offre un’occasione formidabile, per modificare nella sostanza la gestione degli uffici. Una delle scommesse che il nuovo sistema deve vincere, è infatti quella di non dare vita ad uno scambio forsennato di carte, che lasci tutto immutato.
In un sistema che prevede un po’ semplicisticamente tre giudizi (“positivo”, “non positivo” e “negativo”) le valutazioni sui nuovi direttivi e semidirettivi potranno essere l’ennesima, e forse ultima, occasione persa, se si risolvono nuovamente nel criterio dell’anzianità senza demerito, che tutto appiattisce. Oppure potranno costituire il primo passo per reali cambiamenti. In questo passaggio, fondamentale è l’apporto di un’avvocatura, che non dovrebbe assumere posizioni di pregiudiziale conflittualità, nè – come accade in alcuni distretti - portare sul piano collettivo, delle categorie professionali quei conflitti che nascono da singoli processi ma che all’interno degli stessi devono trovare naturale esito. Il rischio, è di favorire la parte più corporativa della magistratura, e impedire il dialogo.
Consapevoli voi del delicato ruolo istituzionale che vi viene demandato, realmente disponibili noi a questa rivisitazione di vecchi meccanismi, dobbiamo recuperare la comune funzione di ‘ripristinatori di equilibrio’: che rischia di venire definitivamente meno, con pregiudizio irreparabile in primo luogo per la collettività – in nome della quale le decisioni vengono emesse – ma anche con grave lesione alla dignità di chi, in questo ruolo, continua a credere.
Carlo Sabatini – componente del direttivo del Movimento per la Giustizia
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