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L\'ultima sfida

Siamo di fronte ad una sfida storica, perché probabilmente ci stiamo giocando definitivamente il ruolo istituzionale della Magistratura in questo Paese.

CONGRESSO ANM 6-8 GIUGNO 2008 – ROMA

INTERVENTO DI CARLO CITTERIO

segretario generale del Movimento per la Giustizia

1. Siamo di fronte ad una sfida storica, perché probabilmente ci stiamo giocando definitivamente il ruolo istituzionale della Magistratura in questo Paese. La Magistratura che la Costituzione repubblicana ci ha affidato è una Magistratura indipendente dagli altri Poteri dello Stato, soggetta alla sola legge (e quindi alle scelte del Parlamento conformi ai principi costituzionali che tutti vincolano), che ha un governo autonomo dagli altri Poteri. ‘Governo autonomo’, appunto, e non ‘autogoverno’: perché il Costituente ha inteso evitare l’assoluta autoreferenzialità della corporazione, prevedendo espressamente la presenza di componenti non togati nel Consiglio Superiore, in numero idoneo a concorrere anche in modo determinante a tutte le scelte di questo organo.

Per questo la recente modifica della composizione dei Consigli giudiziari, con l’apertura all’Avvocatura ed all’Accademia su competenze rilevanti, è stata dal nostro Gruppo apprezzata perché è nel senso di estendere anche in sede distrettuale le potenzialità ed il senso costituzionale di presenze ‘laiche’ che danno concretezza ad un governo autonomo diverso dall’autogoverno autoreferenziale.

E’ in proposito grave che si dimentichi sempre, nelle critiche che troppe volte a ragione si rivolgono al CSM (ed alle quali con buon diritto deve concorrere anche l’ANM, quale rappresentanza associativa della Magistratura e proprio per il rispetto del diverso ruolo istituzionale del CSM), che a tali scelte concorre la componente non togata che avrebbe invece nel suo complesso ogni possibilità – tenuto conto dell’articolazione delle rappresentanze dei magistrati – di influire positivamente sulla qualità delle singole decisioni. Considerazione, questa, sistematicamente pretermessa, mentre è preziosa perché evidenzia un dato essenziale in quanto esito di sperimentazione prolungata e non di costruzioni teoriche, idoneo a dimostrare l’inadeguatezza di ogni insistita proposta che indichi il mutamento della composizione consiliare quale panacea dell’insoddisfacente qualità dei frutti di decenni di governo autonomo.

In un contesto sociale, culturale e politico che vede la giurisdizione del nostro Paese caratterizzata da un complesso di circostanze del tutto singolare rispetto all’Europa ed agli altri singoli Stati (sicchè ad esempio ogni comparazione statistica perde spesso significato perché non connessa agli aspetti necessariamente correlati a quel dato – si pensi ai punti della percentuale di risorse rispetto al bilancio statale, del numero dei magistrati, dell’entità del contenzioso, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della durata dei processi, del sistema di garanzie processuali, del tipo di assistenza burocratica –) la palese inadeguatezza del servizio giustizia concretamente offerto nel tempo è stata spiegata con comodi alibi. Certa magistratura ha avuto buon gioco ad attribuire ogni responsabilità alla cattiva qualità delle leggi ed alle mancanza di risorse; il potere politico, con sostegno spesso della parte più corporativa o politicizzata dell’Avvocatura, ha addebitato la colpa all’insufficiente rendimento professionale dei magistrati.

Noi dobbiamo invece oggi essere assolutamente convinti che i due aspetti – ragionevolezza delle complessive scelte normative e adeguatezza delle risorse; professionalità responsabile dei magistrati – sono inscindibilmente connessi, e che è priva di alcuna utile prospettiva un’azione associativa che non incida contemporaneamente e con decisione su entrambi questi aspetti. Perché l’effettiva indipendenza del singolo magistrato, e poi dell’intera Magistratura, può essere tutelata e difesa, ma al tempo stesso e specialmente può produrre gli effetti per i quali è stata voluta dal Costituente, solo se noi siamo messi nelle condizioni di lavorare e lavoriamo bene. Basti pensare al tema delicato del carico di lavoro ragionevole. Per questo il tema e la struttura di questo Congresso sono attuali ed opportuni: organizzazione, professionalità ed efficacia sono infatti gli aspetti sui quali ci giochiamo il nostro futuro.

2. Non si tratta di temi ‘neutri’: questo deve essere chiaro. I loro contenuti dipendono in gran parte dalla visione di magistratura che si ha.

Dobbiamo domandarci se la prospettiva che perseguiamo è quella di una magistratura corporativa o sostanzialmente impiegatizia, ovvero se vogliamo essere all’altezza della scelta originale che è nella Costituzione e quindi consapevoli che le prerogative che ci sono state attribuite sono tutte e solo funzionali al servizio che ci è richiesto per una giurisdizione che sia libera, e che sia efficace non solo per la quantità ed i numeri del prodotto ma per la qualità della tutela rigorosa dei diritti che la Costituzione e le leggi riconoscono, per tutti, epperò specialmente in favore di chi ha solo nel suo giudice la possibile fonte del riconoscimento concreto del proprio diritto.

Guardarsi allo specchio, o guardarsi intorno con consapevolezza dei problemi esterni ed interni e volontà di affrontarli e risolverli, facendo seriamente il massimo per quanto dipende da sé e mettendo in mora risolutamente l’interlocutore da cui dipende il resto?

Queste sono le scelte di politica associativa che l’ANM è chiamata a fare, concorrendo con la sua azione alla creazione, o al consolidamento, di una cultura della giurisdizione ordinaria orgogliosa del proprio ruolo, consapevole della finalità di servizio, aperta ad ogni franco confronto con i soggetti coinvolti nella giurisdizione e attenta alle attese di giustizia.

3. Noi abbiamo la nostra peculiare proposta.

E’ una proposta che ha accompagnato una significativa novità nel panorama associativo, perché ha costituito il punto di incontro tra due realtà distinte – quella del Movimento per la Giustizia e quella di Articolo 3 – in una dinamica di superamento della logica di un’appartenenza che privilegia tutti i ‘ritorni’, di qualunque genere endo o extra associativo, gestibili in proprio ed inevitabilmente a volte vissuti come occasione di carriere – personali o dell’aggregazione cui si appartiene – al di fuori dei soli meriti conquistati sul campo del faticoso ma esaltante lavoro quotidiano. Un incontro, di prossima definitiva formalizzazione, sui contenuti e sui metodi di azione, esempio che offriamo agli altri, anche ai non iscritti ad alcun gruppo associativo, come sola strada che va perseguita per dare efficacia reale all’azione associativa. Confrontarsi sui problemi concreti, portare il proprio contributo meditato ed ascoltare il contributo specifico altrui, avere la capacità della sintesi degli apporti migliori dei diversi contributi e dell’impegno per la concreta successiva attuazione.

E’ un metodo che abbiamo sperimentato dalla stesura del programma per le elezioni di questo CDC e che poi ha guidato e sta guidando tutta la nostra azione nell’ambito dell’Associazione Nazionale: individuare i problemi e le priorità, proporre agli altri con trasparenza soluzioni, ascoltare ed anzi pretendere le proposte degli altri, subordinare al consenso sui contenuti l’azione comune senza consentire che logiche di schieramento o posizione prevalgano con i loro riti di un associativismo attento più all’apparire che al fare e, ovviamente perché questo è il corollario necessario, subordinare alla coerenza nell’attuazione delle proposte la permanenza nella corresponsabilità della gestione. Per quanto ci riguarda possiamo con serena ma pubblica consapevolezza affermare che finora non si è trattato di parole ma di fatti.

Nella pubblicazione che oggi offriamo all’attenzione dei partecipanti a questo Congresso – e da cui traggo alcuni degli spunti di questo breve intervento –, oltre a contributi di pensiero e punti di vista sui diversi problemi che attengono alla tematica congressuale è riportato il documento con cui ci siamo presentati al CDC del 24 novembre scorso, da subito indicando un metodo di lavoro (contenuti specifici e tempi certi) che abbiamo poi attuato con coerenza: un esempio per tutti è dato dalla proposta specifica per una concreta impostazione di revisione della geografia giudiziaria che, elaborata dal nostro Gruppo (la ritrovate nella pubblicazione che abbiamo messo a disposizione) è stata fatta propria dal CDC e poi presentata dalla nuova Giunta al Ministro. Alla presentazione della proposta dovrà seguire, nei prossimi tempi, la sollecitazione ad una presa di posizione della ‘controparte’ perché indichi se come e in che tempi intende affrontare la questione: perché senza questo ultimo essenziale momento – quello della sollecitazione che, certo ben consapevole dei distinti ruoli, tuttavia mette in mora la controparte perché comunque si attivi nell’adempimento dei propri poteri e doveri – l’azione precedente sarebbe mero esercizio di ormai insopportabili virtuosismi.

Ecco, noi siamo assolutamente convinti che è davvero finita l’ora delle parole, specie se ‘alate’, ed è indifferibile l’ora dei fatti e delle condotte concrete, delle proposte specifiche, della disponibilità e volontà a concretizzare nella chiarezza di un contesto culturale che confermi il ruolo del magistrato non impiegato o burocrate più o meno di lusso, non ripiegato su se stesso, ma orgoglioso protagonista del ruolo singolare attribuitogli dalla Costituzione. Ed è allora il tempo di un’azione associativa che abbia idee chiare, capacità di proposte specifiche verso l’esterno – autonome o insieme quando possibile con altri soggetti coinvolti nella giurisdizione –, poi capacità di ‘tallonare’ il contraddittore anche con la forza di azioni concrete per sostenere l’esigenza di azioni fattive per la soluzione dei problemi.

4. Occorre infatti ‘cambiare passo’ perché oggi la vera questione è una sola: il pessimo funzionamento della Giustizia. Se il concreto esercizio della giurisdizione non si risolleva, tutto è perduto, perché le spinte politiche verso una Magistratura acquiescente e normalizzata ai desideri politici del momento, una Magistratura che non dia fastidio, troveranno consenso in un sempre maggior numero di cittadini. Quindi non possiamo più permetterci lamentele ricorrenti e vuote su ciò che non funziona o non va, o silenzi imbarazzati su talune incapacità della categoria, ma dobbiamo agire e agire con efficacia, verso l’esterno ed al nostro interno.

Anche perché ormai immanente è la pericolosa deriva di un indebolimento del primato statale della giurisdizione, che assume le occasioni distinte, ma convergenti nel risultato, della moltiplicazione delle authorities, delle varie forme di mediazione interdisciplinare in materie delicate come quelle societaria e dei diritti dei consumatori, della giurisdizione arbitrale, senza le garanzie di imparzialità ed indipendenza proprie del giudice e con professionalità non sempre adeguate.

Il pessimo funzionamento della giustizia coinvolge infatti l’efficienza del servizio-giustizia ma anche la credibilità della Magistratura. E quest’ultima dipende quasi esclusivamente da noi.

Vi sono certo indifferibili esigenze di modifiche normative, nei settori penale e civile, per restituire serietà ragionevolezza e coerenza a sistemi procedurali e sostanziali ormai allo sbando. La pluralità ormai incontrollata dei riti civili, lo snodo della motivazione dei provvedimenti, l’ingestibilità di fasi di impugnazione ingiustificatamente costose per il sistema e prive di coerenza sistematica complessiva, più in generale lo scollamento tra garanzie formali e diritti sostanziali da tutelare invece in modo efficace, la revisione in tale direzione di istituti come quelli delle nullità processuali e delle notificazioni e dei giudizi contumaciali, il ripensamento della prescrizione e del sistema sanzionatorio, l’opportunità di introdurre istituti caratterizzati da una propria immediata efficacia come l’irrilevanza del fatto o la messa alla prova. Sono tutti aspetti utili per invertire finalmente la deriva della disfunzione giurisdizionale e, questo è un punto importante per l’azione associativa di seria e sostenuta sollecitazione del potere esecutivo e legislativo, suscettibili di immediati interventi ‘a stralcio’ che evitino l’altrimenti sperimentata inutile e ormai ipocrita attesa ‘dei nuovi codici’.

Vi sono anche le esigenze in materia di risorse. Qui la magistratura associata deve rifiutare ormai la comoda strada della solo generica richiesta di un loro aumento, confrontandosi finalmente con il parzialmente diverso ma ormai centrale problema della qualità della gestione e dell’impiego delle risorse disponibili. I confronti europei attestano infatti un impegno di spesa nazionale non lontano dalla media degli altri Paesi. Se è vero che, come prima avvertito, questi parametri statistici vanno letti ad esempio insieme con quelli sulla quantità del contenzioso e sul ‘costo’ delle garanzie procedimentali moltiplicate, è indubbio che quei dati oggettivi impongono l’attualità della riflessione seria sul tema appunto della corretta ed efficace gestione delle risorse disponibili.

Tema che la magistratura associata deve far proprio innanzitutto per ottenere, attraverso l’intelligente valorizzazione delle sue implicazioni, quelle razionalizzazioni indispensabili in materia di geografia giudiziaria, di organici di magistrati e personale amministrativo (questo irrazionalmente sovrabbondante nel meridione d’Italia e drammaticamente carente al nord), di riqualificazione e motivazione del personale amministrativo, di riti procedimentali.

Ma tema che è contiguo ad altri che più direttamente ci riguardano, come quello annoso ma che davvero ormai indilazionabilmente deve essere affrontato – con quell’efficacia e autorevolezza che deriva dal porre il problema dall’interno, e quindi nella scontata piena consapevolezza e soprattutto condivisione dei valori in gioco ed a possibile rischio – della prevedibilità delle decisioni giurisdizionali.

Tema, ancora, che immediatamente introduce anche ad altro problema che direttamente ci coinvolge, quello della buona organizzazione degli uffici giudiziari. E preciso che non mi riferisco all’organizzazione del solo personale amministrativo (fondamentale ma per lo più proprio di altre competenze) bensì all’organizzazione del lavoro giudiziario di ogni ufficio secondo le rispettive realtà, dimensioni e funzioni.

5. Così impostato, il tema delle risorse diviene il sintomatico punto di necessario contatto dei due aspetti che ho prima richiamato: l’efficacia del servizio giustizia e la credibilità della magistratura.

Parlare di prevedibilità delle decisioni giurisdizionali e di organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari significa infatti immergersi nei temi delicati ma centrali non solo della professionalità e della capacità ma in definitiva della responsabilità nell’esercizio della funzione giurisdizionale. Espressioni infatti come quelle di professionalità e capacità rischiano di limitare l’approccio al tema della credibilità della magistratura ai soli contenuti ed apporti tecnici. Invece il problema è di quale sia la cultura della giurisdizione e del ruolo del magistrato in cui ci riconosciamo.

Dobbiamo infatti avere il coraggio culturale di affrontare la questione se la rivendicazione delle prerogative attribuite dalla Costituzione al singolo magistrato legittimino ogni magistrato a fare quel che crede come crede, dando apparente applicazione proprio a quelle prerogative, ovvero presuppongano, ed anzi impongano, ecco il punto, un esercizio responsabile della giurisdizione. Che, in primo luogo, ovviamente non significa un magistrato suggestionato o condizionato dal contesto contingente in cui opera, ma un magistrato che è pienamente e permanentemente consapevole di tutte le conseguenze delle sue decisioni all’interno del complessivo procedimento e dell’intero sistema, delle loro implicazioni sui diritti delle parti, del suo ruolo di tutore dei diritti nel rispetto delle regole, della sua soggezione alla legge come fonte della sua indipendenza.

Ed in secondo luogo significa avere un magistrato attento a ciò che va oltre il singolo fascicolo che gli è assegnato, o meglio al fatto che quel fascicolo è uno di quelli in trattazione nell’Ufficio. E’ questa una delle priorità che il Movimento e Art. 3 indicano all’ANM: quella di promuovere un nuovo modo di intendere la giurisdizione attraverso il rinnovamento della gestione degli uffici giudiziari. Alla responsabilizzazione dei direttivi e semidirettivi, all’uso degli strumenti normativi vigenti, va accompagnata una nuova cultura fondata sulla consapevolezza da parte di tutti i magistrati della compartecipazione collettiva alla costruzione del modello organizzativo dell’ufficio. Passare, quindi, da una gestione sostanzialmente verticistica e peggio burocratica ad una gestione partecipata, che veda tutti i componenti di ciascuna struttura collaborare all’individuazione delle migliori modalità di conduzione del servizio. Insomma, un giudice che si pone quale artefice responsabile del servizio reso dalla giurisdizione e non come dispensatore di occasionali responsi.

6. Una cultura che può costituire la chiave di volta per affrontare in modo coerente una serie di gravi problemi attuali, proponendo soluzioni davvero efficaci. Il primo, ad esempio, quello dei carichi di lavoro. Siamo abituati ad interventi normativi, ma peggio ad un’idea apparentemente sedimentata in coloro che legiferano, che vedono nell’organico della magistratura e nella sua ripartizione tra i vari uffici giudiziari una variabile assolutamente indipendente rispetto al contenzioso. Solo questa idea può infatti spiegare – mai giustificare – norme che volta per volta attribuiscono e tolgono competenze che implicano consistenti pendenze di contenzioso ad un giudice piuttosto che ad un altro, o da un giudice all’altro o da una funzione ad un’altra, senza mai contestualmente porsi il problema se l’autorità giudiziaria cui quella nuova competenza è attribuita è nelle condizioni di esercitarla in tempi ragionevoli e, comunque, dell’impatto di quella nuova competenza sul contenzioso conseguente alle preesistenti, e permanenti, competenze. Non è altro che il riflesso della stolidità di uno Stato che spende risorse per rifondere le conseguenze dei ritardi ma non si impegna efficacemente per rimuoverne le cause. Tuttavia questo purtroppo permanente problema (e poiché la memoria è corta, e il fenomeno di tardive ed addirittura esclusive primogeniture è diffuso, merita qui ricordare che risale al 20 settembre 2000 la richiesta da parte dei consiglieri Natoli, Spataro e Parziale di apertura al CSM di una pratica “definizione dei carichi di lavoro e della produttività media esigibile”) ha assunto originale rilevanza con il nuovo sistema disciplinare, che in più momenti pare enucleare il ritardo nella risposta come fonte di responsabilità, dando vita ad un contesto di difficile governabilità e prevedibilità. E le stesse frequenti ispezioni sono originate da un’aspettativa di pronta ed adeguata risposta a tutto ciò che è assegnato al singolo. Problema serio, posto che tutti sappiamo che l’inadeguatezza nel singolo fascicolo è – quando si considera solo quel fascicolo – formalmente indifendibile per chiunque. Esiste pertanto sicuramente una nuova attuale rilevanza di questa tematica.

Ma anche qui sono possibili approcci differenti: il primo, il più immediato ed istintivo è quello ispirato da mera difesa; datemi un numero di provvedimenti, di pendenze, quantificatemi con i numeri quell’obbligo, poi sia quel che sia. Noi, nella piena consapevolezza della delicatezza e dell’oggettività del problema, che impone attenzione e soluzioni concrete, siamo convinti che questa impostazione – una sorta di mero fallace scudo disciplinare – vada assolutamente superata. Due soli importanti spunti, sempre a conferma della necessità di un confronto sulla cultura della giurisdizione e del ruolo del magistrato in cui ciascuno si riconosce: il tema del ‘carico esigibile o sostenibile’ deve divenire quello del ‘carico ragionevole’, evidenziando la stretta connessione con lo scopo della funzione del rendere ai cittadini un servizio effettivo ed efficace, con la migliore organizzazione delle risorse di personale e mezzi disponibili, e con la corretta ed equa distribuzione del lavoro che rispetti anche il diverso livello delle esperienze, così individuando un impegno comune e coordinato – ancora l’idea della gestione partecipata o della partecipazione alla gestione – che conduce al tema della ragionevolezza del carico anche complessivo dell’ufficio. Qui si esalta il ruolo centrale di direttivi e semidirettivi, con una sorta – come è stato felicemente detto – di posizione di garanzia di scioglimento dei dissuasori di velocità, di tutti cioè quegli impedimenti organizzativi e personali – a volte reali, e tra questi l’inadeguata attenzione data alle esigenze familiari connesse alla maternità, a volte conseguenza di comode abitudini o consolidati privilegi: basti pensare ai casi tutt’altro che infrequenti di nonnismo giudiziario – che vanificano l’impegno serio dei singoli. Non è insomma solo una questione di numeri di sentenze e basta, magari pesate a chilo e numero di pagine: così ci si avvia alla burocratizzazione del lavoro, al magistrato impiegato. Anche questo problema invece – lo si ripete, reale – conduce al tema della credibilità della magistratura che, vorrei essere molto chiaro sul punto e spero di riuscire a spiegarmi, non significa che la Magistratura debba sempre e solo ‘fare e dare, tacendo’, ma significa tutt’altro: proprio perché convinta che le difficoltà oggettive che incontra nel proprio lavoro il magistrato corretto e lavoratore, e sono la stragrande maggioranza, sono impedimenti all’adempimento della funzione costituzionale assegnata alla giurisdizione, la magistratura associata deve da un lato fare il possibile sul piano culturale innanzitutto e nella cura deontologica poi perché ogni magistrato dia il massimo apporto, in termini di efficacia e correttezza, professionalità e responsabilità, ma contemporaneamente deve chiedere con forza e convinzione ciò che ad altri compete. Nessun masochismo ideologico o etico, pertanto, ma rigorosa coerenza dettata all’adesione al modello costituzionale di magistrato corresponsabile del modo in cui la funzione giurisdizionale deve essere svolta e delle finalità che essa persegue.

Proprio per questo già dal novembre del 2006 abbiamo sostenuto che era ora che si passasse ad agitazioni concrete a sostegno della richiesta di efficacia del lavoro: se qualcuno può trovare comodo lo sfascio complessivo, che deresponsabilizza e consente tanti alibi, noi – e ben sapendo che fortunatamente non siamo i soli – pretendiamo di essere messi nelle condizioni di lavorare come è nostro compito e come vogliamo.

A noi, all’ANM secondo noi, spetta la inequivoca presa di posizione a favore di un complessivo forte impegno di tutti i magistrati, nella distinzione dei ruoli.

In particolare, l’impegno richiesto ai direttivi ed ai semidirettivi non è solo un tema che riguarda il governo autonomo e le future valutazioni di idoneità di quel che è stato fatto e delle prognosi di quel che si è pronti a fare. Esso è anche tema di deontologia, tema – ancora una volta, sì, ma davvero in questa occasione il ripetersi dell’assunto vuole solo cogliere il continuo collegamento tra i vari punti – di cultura della giurisdizione e del ruolo del magistrato. L’azione dell’Associazione deve condurre all’isolamento dei magistrati che non adempiono la propria funzione con correttezza ed efficacia e non incolpevolmente: perché queste condotte, tanto più se provenienti da chi ha chiesto di svolgere ruoli semidirettivi e direttivi, ed in particolare se nei confronti dei giovani magistrati, minano anche irreparabilmente proprio quella credibilità della magistratura che oggi è tanto più essenziale quanto più dà legittimazione sostanziale alle richieste che la magistratura associata deve rivolgere agli interlocutori politici. Dobbiamo essere chiari che ogni silenzio è connivenza, e la sede associativa appare quella – nella sua collettività e rappresentatività – propria.

7. E questa impostazione è quella che intendiamo promuovere e dare, per quanto ci compete, anche all’interno della Giunta, nel rapporto con il nuovo Esecutivo ed il nuovo Ministro. La conclusione, non felice, della vicenda ordinamentale da un lato impone vigilanza permanente su quelli che sono i punti critici, primo tra tutti quello dell’organizzazione e della gerarchizzazione degli uffici di procura; dall’altro elimina ogni ragione per ulteriori inerzie nell’impegno a tutto campo per l’efficacia di una giurisdizione secondo le regole e la Costituzione. Si tratta allora di sviluppare con il nuovo Ministro un rapporto serio e trasparente, attraverso gli organi associativi e non i rapporti personali intracorrentizi, con proposte e sollecitazioni specifiche, pronti a fornire leale collaborazione, ma al tempo stesso quando necessario a mettere in mora con tutte le modalità opportune: dobbiamo davvero essere convinti che la battaglia per l’efficacia della giurisdizione è al tempo stesso il terreno che può riavvicinare alla Magistratura tanti cittadini e una scelta necessitata per non perdere l’indipendenza attribuitaci dalla Costituzione.

La disponibilità permanente a questo confronto non deve però impedire – e questo va chiarito con nettezza e comunque, per quanto riguarda i nostri Gruppi, è assolutamente chiaro – ogni libertà e dovere di critica per iniziative scelte e posizioni non accettabili. Quando ad esempio il Presidente del Consiglio propugna superprocure e centralizzazioni idonee ad attribuire benevole e tolleranti ‘visioni di insieme’, rispetto alla giurisdizione diffusa – quasi una sorta di “amministrativizzazione” della giurisdizione – non può che essere ferma la critica per modifiche strutturali che, nella loro occasionalità, episodicità e addirittura circoscritta territorialità (oltretutto comunque anomala), manifestano un intento di ‘sospensione’ o ‘diversità’ della legalità ‘normale’ che – a prescindere dal possibile contrasto costituzionale – è non accettabile innanzitutto perché presuppone l’idea di individuare magistrati più disponibili a suggerimenti autorevoli, quando non addirittura controllabili. Ferma e autorevole deve pertanto essere la voce dell’ANM in questi casi, con particolare attenzione all’opinione pubblica, anche per sollecitare piuttosto segni concreti di impegno per sostenere e agevolare l’azione di magistrati e uffici giudiziari caratterizzati dalla pendenza di procedimenti di criminalità organizzata, mafie, camorra e ndrangheta.

8. Ancora in ordine alla professionalità e responsabilità nell’esercizio della giurisdizione, due ultimi spunti. Il primo. La rivisitazione dell’Ordinamento giudiziario deve essere l’occasione per affrontare efficacemente ed in modo originale anche la tematica del trattamento economico e previdenziale. Nel materiale che oggi mettiamo a disposizione vi è un’ulteriore proposta specifica per valorizzare in modo efficace e coerente il collegamento tra retribuzione e valutazioni di professionalità, con una particolare attenzione a chi entra in magistratura, o vi è entrato da poco. Siamo tutti perfettamente consapevoli che una retribuzione dignitosa e consona è precondizione dell’effettiva indipendenza del singolo. Ma per coloro che entrano oggi, o sono entrati negli ultimi anni in magistratura, vi è una particolare urgenza sotto il profilo previdenziale: l’innalzamento dell’età media di accesso e la modifica del sistema pensionistico rischiano di determinare conseguenze preoccupanti proprio sulla complessiva ‘libertà economica’ del singolo magistrato, sicchè la questione previdenziale costituisce priorità impellente.

Il secondo. Uno dei compiti dell’ANM che viene valorizzato in termini nuovi è quello del monitoraggio dell’intero contesto dell’applicazione della recente normativa disciplinare. Nel rispetto ovvio dell’autonomia del governo autonomo e del giudice disciplinare, tuttavia l’Associazione deve essere presente per segnalare i problemi generali che i vari casi concreti possono evidenziare, ed attivarsi con trasparenza per il loro superamento. Hanno infatti oggi ben più intensa pregnanza ed attualità tematiche delicatissime, come quella sul rapporto tra interpretazione della norma ed illecito disciplinare, o quella del rapporto tra organizzazione dell’ufficio e responsabilità individuali nel singolo procedimento, che per definizione appartengono all’ in sé della quotidiana giurisdizione e che sono idonee a determinare deflagranti conseguenze nel lavoro ordinario della maggior parte dei magistrati, avviando al conformismo acritico.

9. Ho inteso esporre in questo intervento a nome del Movimento Art. 3 degli spunti per cercare di presentare il nostro pensiero che organizzazione, efficacia, professionalità – e consapevolmente preciso e comunque aggiungo ‘responsabilità’ – sono temi apparentemente autonomi ma che, pur essendo ovviamente caratterizzati da specificità di contenuti e problematiche, tuttavia possono avere – e secondo noi hanno e debbono avere – un collante, anzi un’anima comune: la cultura della giurisdizione servizio con la consapevolezza che è ormai assolutamente indispensabile un impegno fattivo e contemporaneo sui diversi versanti. Ci giochiamo la qualità del nostro futuro: abbiamo carte importanti per non perderlo, non vogliamo e non possiamo perderlo. Per questo siamo entrati in Giunta sui contenuti e sul metodo di lavoro, per questo – nella consapevolezza della nostra contenuta consistenza ma nella piena libertà che ci viene dal non avere interesse a taluni riti associativi dell’apparenza attraverso gli incarichi, tant’è che le nostre proposte e richieste sono state tutte presentate al CDC anche dall’esterno della Giunta – abbiamo dato e daremo il nostro apporto leale trasparente ma anche intransigente.

Abbiamo messo in gioco la credibilità dei nostri impegni elettorali e il nostro futuro. Nel nostro Statuto è il sostegno all’ANM, siamo convinti che la rappresentatività generale dell’ANM – che è cosa diversa dall’unità associativa – vada salvaguardata come bene comune in qualche modo indisponibile a prescindere dalle contingenti maggioranze, specialmente in questo periodo in cui da qualche tempo il ruolo, se non la stessa esistenza di una rappresentanza associativa della magistratura, significativamente insieme con lo stesso governo autonomo, sono oggetto di attacchi strumentali e faziosi in cui parti politicizzate dell’Avvocatura agiscono in sinergie sintomatiche di un complessivo disegno culturale politico. Noi siamo convinti che non vi è alternativa all’ANM: ma siamo anche convinti che il futuro dell’Associazione dipende dall’adeguatezza della sua azione, quanto più efficace quanto più si libera da ogni possibile tipo di condizionamento.

Stiamo facendo la nostra parte, e la faremo comunque.

10. Chiudo rivolgendomi con convinzione ai giovani colleghi, molti dei quali spesso diffidenti nei confronti della rappresentanza associativa e di chi ne assume i relativi compiti, tentati dal comodo rischio del disimpegno e anche comprensibilmente attenti alle difficoltà più concrete che incontrano nei primi tempi. A loro, a nome del Movimento per la Giustizia e Articolo 3 vorrei lanciare una proposta che è anche una sfida: fate vostra la cultura della giurisdizione servizio e del magistrato consapevole che le prerogative che gli sono date sono solo funzionali a quel servizio, non cedete alle tentazioni dell’approccio burocratico ed impiegatizio al nostro lavoro, aiutateci a divenire più efficaci e più coerenti con il vostro impegno personale anche nell’Associazione Magistrati – in particolare nelle esperienze distrettuali e circondariali che sono quelle dove più immediatamente è possibile comprendersi ed incidere e dalle quali è in realtà possibile incidere anche ‘al centro’ –, conservate sempre la speranza di poter condividere insieme ad altri le ragioni per le quali siete entrati in magistratura. E non per voi stessi solo; ma per dare a molti di noi il conforto del senso del nostro impegno a volte molto faticoso, ed all’intera società il frutto prezioso della scelta del Costituente per una Magistratura responsabile della sua indipendenza.

Carlo Citterio
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