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Movimento per la giustizia – Art.3                                               Magisratura democratica

L’autogoverno che vogliamo

Proposte di Area per il prossimo C. S. M.

 

Partiamo da un punto fermo, per noi essenziale: l’attività del Consiglio Superiore della Magistratura è e resta fondamentale per la vita professionale di tutti i magistrati, oltre che per la difesa dell’indipendenza e dell’autonomia dagli altri poteri dell’intera magistratura. Tanto più in tempi come questi, in cui le quotidiane difficoltà nel rendere giustizia, ed i reiterati attacchi esterni all’attività giurisdizionale, concorrono a causare il rischio concreto di  un indebolimento del ruolo professionale e del riconoscimento sociale della nostra professione.

Ricordiamolo tutti: l’autogoverno costituisce lo strumento irrinunciabile per difendere le prerogative dell’ordine giudiziario, e dell’esercizio della giurisdizione. Alla critica nichilista e distruttiva che viene anche dall’interno della magistratura, è nostro compito ribattere che l’unica alternativa a cui preludono questi atteggiamenti,  è quella di aprire le porte all’eterogoverno da parte dei poteri esterni, e quindi ad una magistratura prona e sottomessa.

Ciò non esclude, anzi, per molti versi aumenta, la necessità di un miglioramento. Il primo passaggio è costituito dalla necessità di stabilire, sulla base di chiare scelte programmatiche, un fitto tessuto di dialogo con ogni singolo magistrato: il nostro Consiglio Superiore della Magistratura deve saper comprendere ed interpretare le difficoltà di tutta la magistratura, e da qui trarre la capacità di offrire risposte, e rassicurazioni, sul piano della razionalità e del perseguimento di un miglioramento delle condizioni di lavoro e di resa degli uffici. Deve saper orientare i magistrati di tutt’Italia verso percorsi professionali formati alla stregua di standard di qualità che prospettino modelli virtuosi nell’organizzazione del lavoro di ciascuno e nel rendimento degli uffici giudiziari: senza puntare su risposte individuali e di favore, che fatalmente sono destinate a soddisfare le aspirazioni di pochi, a scapito di quelle dei più, alimentando sentimenti di delusione, isolamento e soprattutto, di  sfiducia nell’autogoverno. Seguire l'interesse dell'amministrazione e del servizio non è solo la risposta più efficace per la collettività e per i cittadini, ma costituisce anche il percorso correttamente praticabile per tutelare la stragrande maggioranza dei magistrati, evitando favoritismi, opacità, raccomandazioni.   Noi crediamo in questo tipo di risposta: un Consiglio più autorevole, perchè più vicino alla generalità dei suoi rappresentati (che per quanto riguarda l’Area, hanno potuto scegliere anche i candidati attraverso la partecipazione alle primarie) e quindi più capace di interpretare le esigenze collettive della magistratura, e della funzione che è chiamata a svolgere. Quelle che seguono, sono le linee programmatiche intorno alle quali il nostro progetto vuole crescere.

1. La tutela dell’indipendenza.

Resta centrale (ed anzi, è destinato a rafforzarsi) il ruolo del Consiglio a difesa dell’indipendenza della funzione e del singolo. Ogni magistrato deve sapere di poter trovare nel CSM una tutela contro gli attacchi – interni ed esterni - che inevitabilmente minano la serenità personale e professionale dei magistrati chiamati ad assumere decisioni tecnicamente difficili e delicate per l’impatto sui diritti e sulle libertà dei cittadini. E’ indispensabile mantenere, attraverso l’adozione ponderata di pratiche a tutela, una capacità di ferma e netta reazione tutte le volte in cui nel dibattito pubblico si manifestino posizioni che possano assumere l’effetto di interferire nella serena espressione delle funzioni giudiziarie: ciò che deve essere combattuto, è prima di tutto il clima di isolamento che, in questi casi, spesso, stringe i singoli magistrati, e dunque l’intera giurisdizione.   Nello stesso senso, non può venir meno, nè ridursi, l’esercizio dei poteri consiliari di formulazioni di pareri e di proposte in materia di ordinamento e di organizzazione giudiziaria, nonostante le dure contestazioni che si sono registrate quando il Consiglio si è espresso in termini negativi verso proposte che presentavano profili di incostituzionalità, o comunque non rispondevano all’esigenza di restituire efficienza al sistema. Su questo terreno, il ruolo di interlocuzione critica, e non meramente adesiva, del CSM sulle iniziative legislative in tema di giustizia, trova fondamento nell’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione, ed è in grado di offrire un insostituibile contributo culturale alla necessaria opera di rinnovazione del sistema giudiziario, e, nell’ambito di un rapporto di leale collaborazione con il Ministro della Giustizia, configura l’unica possibile opportunità per la realizzazione delle riforme davvero necessarie.

 

2. La tutela dell’autogoverno.

Il ruolo istituzionale del Consiglio può acquistare autorevolezza e credibilità nei confronti dei magistrati e dinanzi all’opinione pubblica solo se è in grado di dar vita ad un buon autogoverno, capace di evitare quelle cadute determinate da una deviante interpretazione del sistema di rappresentanza,  che trova il suo nucleo nelle correnti.

Molto è già stato fatto. Non vanno dimenticate o svilite conquiste che oggi diamo per scontate, ma che tali non sono: un sistema di trasferimenti trasparente e finalmente rapido, una formazione accessibile, gratuita e improntata al rispetto dell’autonomia dei magistrati nell’assunzione delle scelte giudiziarie, un sistema tabellare che controlla il potere dei dirigenti e lo indirizza verso modelli virtuosi di organizzazione che sappiano coniugare la qualità della giurisdizione con l’efficienza del sistema.

Molto però deve ancora essere realizzato. Di questo dobbiamo essere tutti consapevoli, senza reticenze o chiusure difensive. La premessa per rendere credibile il tentativo deve partire dall’impegno ad evitare per il futuro quelle cadute che  stravolgono il ruolo del Consiglio, e che si riscontrano in alcune decisioni assunte in base a logiche corporative, clientelari o di mera protezione, frutto di una esasperata concezione dell’appartenenza correntizia. Ma vale la pena di ripeterlo:  la difesa delle prerogative del Consiglio è un dovere ed una necessità, perché la trasformazione dell’organo di autogoverno in un grande ufficio del personale, la perdita anche solo parziale del suo ruolo istituzionale e della sua rilevanza,  aprirebbero inevitabilmente la strada al controllo politico, alla gestione clientelare, ai favoritismi individuali, alla corruzione.

Sulla base di  questa premessa, per noi irrinunciabile,  proponiamo alcuni specifici punti programmatici.

a.  Il ruolo istituzionale del Consiglio, improntato alla difesa dell’autonomia della magistratura ed alla indipendenza della giurisdizione, si rende credibile verso l’esterno e dinanzi all’opinione pubblica solo se il sistema dei controlli interni di professionalità funziona a dovere. La tutela dei magistrati vilipesi a causa delle loro funzioni e l’intervento nelle situazioni in cui la giurisdizione perde di credibilità a causa di comportamenti non adeguati sul piano della professionalità sono due facce della stessa medaglia. L’autorevolezza del CSM risiede nella capacità di esercitare entrambe queste funzioni con la medesima fermezza e con la medesima trasparenza.

Sul piano delle valutazioni periodiche di professionalità occorre proseguire sulla strada tracciata dal Consiglio uscente, nel senso di un rafforzamento delle fonti di conoscenza e di una verifica sostanziale, e non burocratica, in ordine alla sussistenza di un livello adeguato di capacità professionale, laboriosità, diligenza e impegno di ogni magistrato.

Deve essere proseguita  l’attività volta alla individuazione di standard di rendimento che devono fornire più attendibili strumenti di valutazione dell’attività dei magistrati tenendo conto delle  numerose variabili (situazione organizzativa e strutturale degli uffici; flussi in entrata degli affari; qualità degli affari trattati; attività di collaborazione alla gestione dell’ufficio; e così via). Va dunque completata la fase di sperimentazione avviata dal Consiglio uscente individuando, oltre che riferimenti quantitativi (fasce di oscillazione) anche tutti gli elementi utili a valorizzare la qualità del lavoro del magistrato, ai quali  riferire il concetto di standard. Tutto questo  non  può certo coincidere con l’indicazione di un numero finale, quale risultato di una operazione matematica, in quanto molto diversi tra loro sono i mestieri del magistrato, e diverse sono le condizioni in cui li si esercita. Deve costituire preciso impegno il completamento del lavoro di  determinazione degli standard di produttività,  che dovrà essere esteso ai gradi superiori di giudizio, Appello e Cassazione, nel pieno rispetto della legge.

b. Particolare attenzione dovrà essere riservata sia alla nomina dei direttivi e semidirettivi, sia alla verifica quadriennale della loro attività, aspetto che riguarda non solo l’efficienza del sistema ma anche la difesa del nostro autogoverno, perchè è   su questo che si misurerà la reale capacità del Consiglio di sottrarsi a quelle logiche di appartenenza che gli sottraggono autorevolezza e credibilità all’interno, e ne ostacolano la difesa  dagli attacchi esterni. In questo settore l’abbandono definitivo del criterio dell’anzianità deve favorire la progressiva oggettivizzazione dei requisiti di professionalità necessari per una positiva valutazione nelle procedure concorsuali. Ciò consentirà, da un lato una maggiore “leggibilità” delle scelte operate, e dall’altro, permetterà di operare una selezione basata sulla titolarità di attitudini specifiche e dimostrate sul campo, finalmente commisurate alle responsabilità di organizzazione e di direzione dell’ufficio. Particolare attenzione meritano le procedure di conferma nell’incarico direttivo o semidirettivo al termine del primo quadriennio: la conferma deve conseguire ad una positiva valutazione dell’espletamento dell’incarico ed a un miglioramento, tenuto conto di tutti i fattori, dell’andamento dell’ufficio ricoperto. Saranno individuati all’inizio dell’attività consiliare specifici i criteri da applicare per  la valutazione dei direttivi e semidirettivi all’atto della  verifica  quadriennale; in ogni caso, speciale rilevanza dovrà attribuirsi alla capacità dimostrata sul campo di coinvolgere nella gestione dell’ufficio tutti  i magistrati, sperimentando ed attuando concretamente  i principi della  dirigenza partecipata che costituiscono ormai un acquisito parametro di corretta gestione degli uffici giudiziari.

c.  Il sistema dei controlli interni deve assicurare che il magistrato si dedichi costantemente all’attività giurisdizionale e possa espletare incarichi extragiudiziari solo se essi non ne appannano l’immagine di indipendenza da ogni altro potere. In relazione a questo profilo, deve essere salvaguardato il principio di carattere generale che pone un divieto di commistione tra giurisdizione e amministrazione e, ancor più, tra giurisdizione e funzione di indirizzo politico.

d. Specificamente al fine di riuscire a valorizzare l’efficienza della giurisdizione, unitamente alla qualità della risposta giudiziaria, nonostante l’alluvionale aumento della domanda di giustizia nel nostro Paese, costituirà preciso impegno dei consiglieri di Area di intervenire in ogni possibile occasione e con tutti i poteri riconosciuti dalla legge, per sollecitare, promuovere ed esigere  che sia realizzata e completata l'informatizzazione degli uffici, con la relativa assegnazione ai magistrati delle necessarie dotazioni tecnologiche,  indispensabili strumenti di lavoro e di piena attuazione della funzione giurisdizionale. Questo obiettivo dovrà anche tener conto dell’esigenza di attuare, pur nel rispetto delle competenze,  una concreta interlocuzione  sulle scelte gestionali del Ministero anche al fine di evitare che le stesse, andando ad incidere inevitabilmente sul funzionamento della giurisdizione, si traducano, di fatto, in una indebita scelta di priorità nella risposta giudiziaria.

 

3. Informazione e trasparenza, efficienza ed effettività.

Il primo rimedio ad ogni deviazione delle funzioni del Consiglio è costituito dall’informazione sull’iter delle procedure e sulle relative decisioni ed, ancor prima, dalla trasparenza e dalla certezza delle regole che devono governare le procedure e le decisioni. Solo l’informazione e la trasparenza consentono ai magistrati di prevedere in anticipo l’esito delle differenti procedure e di controllare successivamente la legittimità delle decisioni assunte dall’organo di autogoverno. L’informazione, quindi, deve essere istituzionale e completa, e non lasciata all’attivismo interessato del singolo consigliere. La trasparenza deve concretizzarsi  nella pubblicità e nella adeguata motivazione delle decisioni. Ma va aggiunto un punto importante: per  garantire informazione e trasparenza, occorre procedere alla  semplificazione delle circolari al fine di consentire la conoscibilità delle regole, e quindi la praticabilità di un controllo diffuso. Deve quindi, da un lato completarsi l’itinerario che ha condotto ad istituire un sistema di comunicazione capillare delle decisioni del plenum, estendendolo anche alle decisioni delle singole commissioni; dall’altro deve essere ulteriormente perseguita l’opera di semplificazione nella redazione e nella raccolta delle circolari consiliari, fino ad arrivare alla formulazione di poche raccolte di normazione consiliare, ordinate per commissioni e contenenti le regole relative alle differenti procedure redatte in modo chiaro ed accessibile.

Per promuovere l’efficienza, il Consiglio per primo deve essere efficiente: ossia  dare risposte in tempi brevi e ragionevoli, per far fronte alle esigenze degli uffici e dei singoli. Deve essere vicino al lavoro dei magistrati, rappresentare un aiuto di fronte alle loro difficoltà ed aspettative, in certi casi capace anche di dire dei no, ma sempre interloquendo, spiegando, argomentando. Crediamo che siano stati fatti notevoli passi in tale direzione: un sistema di trasferimenti con tempi estremamente ridotti, una forte riduzione dell’attesa per la nomina di incarichi direttivi e semidirettivi, un sistema di autorizzazione degli incarichi extragiudiziari basato sul silenzio assenso, un forte utilizzo delle procedure on line. Su questo terreno occorre andare oltre, conquistando oltre all’efficienza,  l’effettività delle regole. Vi sono settori (esemplare quello delle tabelle) laddove regole quanto mai specifiche ed articolate restano sostanzialmente sulla carta,  per la complessità e per i tempi con cui viene effettuato il controllo tabellare. Non sono più sostenibili esempi come quelli di tabelle discusse a biennio o triennio ormai scaduto. Occorrono, ancora di più ed ancora meglio, semplificazione, celerità, effettività dei controlli,  eventualmente dando scansioni diverse per i diversi uffici. Appare inoltre indispensabile attuare una politica di decentramento di compiti del CSM ai Consigli giudiziari, sviluppando per normazione secondaria le possibilità, oggi offerte dalla legislazione di ordinamento giudiziario e, soprattutto, sollecitando, con proposte mirate, l’iniziativa legislativa che, nel rispetto dell’art. 105 Cost., dia maggiore spazio decisorio ai Consigli giudiziari nei settori e nelle materie in cui è ragionevole che il ruolo non sia esclusivamente istruttorio.

Fondamentale deve essere l’impegno sui tempi di evasione delle deliberazioni. Perchè il tempo non è una variabile indipendente, ma l’elemento che qualifica una decisione e contribuisce a renderla trasparente e controllabile. Occorre allora definire una procedura, oggi inesistente,  che assicuri il rispetto di tempi certi nell’esame delle pratiche consiliari, mediante la fissazione di termini stringenti per il lavoro istruttorio di Commissione, e la previsione del passaggio diretto all’esame plenario, pur senza una proposta di Commissione, nel caso in cui detti termini non siano rispettati.

4. Il servizio giustizia.

Il CSM deve avere a cuore, prima di tutto, il servizio che viene reso ai cittadini dagli uffici giudiziari, nella consapevolezza che la migliore difesa della magistratura e del singolo magistrato risiede nella qualità e nella funzionalità del servizio che è dato al cittadino. In tale ottica deve essere centrale l'aspetto dell'organizzazione degli uffici sotto plurimi aspetti: la ricognizione e diffusione delle buone pratiche anzitutto, attività rispetto alla quale il Consiglio deve diventare un centro motore dell'innovazione complessiva; l'attenzione e l’intervento sulle condizioni di lavoro e la costante elaborazione degli standard di rendimento, onde consentire carichi di lavoro gestibili, equamente distribuiti, ed un servizio di qualità  in tempi ragionevoli; infine, un pieno  utilizzo dei poteri di indirizzo in tema di organizzazione degli uffici. Lo strumento tabellare, sempre più, deve diventare mezzo attraverso il quale l’organizzazione dell’ufficio viene plasmata in ragione del miglioramento del servizio giudiziario reso dall’ufficio, capace di consentire l’individuazione dei settori e delle attività in sofferenza,  e la scelta delle strategie da perseguire per restituire loro funzionalità ed effettività. Le Procure non possono essere lande prive di diritti dei singoli magistrati e di controlli, ma, nel rispetto dell'attuale assetto ordinamentale, debbono sviluppare partecipazione, condivisione, responsabilità ed interlocuzione  con il C.S.M., da un lato, anche allo scopo di assicurare oggettività e serietà ai programmi organizzativi interni, e con gli uffici giudicanti, dall’altro.

 

5. Alcuni interventi di riforma non più rinviabili.

Alcuni settori dell’attività consiliare richiedono interventi urgenti, che oggi appaiono non più rinviabili:

a. La revisione delle regole che presiedono alle decisioni di collocamento fuori ruolo. Centrali debbono essere due principi: l'interrelazione tra incarico fuori ruolo e attività giudiziaria, dovendosi escludere incarichi di altra natura; e  temporaneità degli incarichi fuori ruolo, onde  temperare le norme del nuovo Ordinamento Giudiziario, che consentono di prorogare l’esperienza professionale in tali incarichi oltre ogni ragionevole limite temporale. L’attuale situazione si risolve in uno snaturamento dell’istituto, una volta funzionale ad arricchire le esperienze professionali del magistrato, oggi  di fatto potenzialmente destinato a creare professionalità del tutto autonome e parallele alla giurisdizione. E’ indispensabile una ferrea distinzione tra incarichi  che, in ragione della particolare utilità per l’Amministrazione giudiziaria, meritano di essere particolarmente favoriti attraverso procedure e modalità di espletamento disciplinate con favore dal Consiglio, e incarichi che, di contro, non risolvendosi in un significativo vantaggio per l’Amministrazione giudiziaria, devono essere soggetti ad una disciplina fortemente restrittiva, fino ad essere del tutto preclusi ai magistrati (si pensi ad esempio agli incarichi di connotazione più fortemente politica e di natura non elettiva: Assessorati presso enti pubblici, incarichi di nomina fiduciaria che non richiedono competenze giuridiche presso amministrazioni diverse dalla Giustizia ecc.). Appare poi necessario regolamentare il rientro in ruolo, affinché la collocazione del magistrato che torna a svolgere funzioni giurisdizionali non suoni in alcun modo come un ingiustificato privilegio rispetto alle normali procedure di trasferimento, cui sono soggetti tutti i magistrati.

b. Maggiore attenzione nel controllo sull’utilizzazione dei magistrati onorari di tribunale e dei vice procuratori onorari, specie in assenza di una seria politica legislativa che porti ad una chiara definizione del ruolo di dette figure, secondo quanto previsto dal decreto legislativo di istituzione del giudice unico di primo grado. Si è consapevoli che le difficoltà d’organico e organizzative inducono, a volte, i dirigenti degli uffici a fare maggiore ricorso, anche oltre quanto è previsto per circolare tabellare, all’apporto dei magistrati onorari; le pur reali difficoltà non possono essere affrontate perseguendo in una prassi che alimenta confusione sul ruolo di queste figure onorarie il cui indiscriminato utilizzo, al di fuori di una definita cornice legislativa conformata alle previsioni costituzionali, determina spesso insoddisfazione e disorientamento nella classe forense.

c. Miglior definizione del rapporto tra valutazioni di professionalità e vicende disciplinari e di incompatibilità ambientale. Oggi, nella prassi consiliare, accade di verificare come le vicende disciplinari e di incompatibilità ambientale, anche quando definite positivamente per l’interessato, sono destinate a suscitare nuova attenzione in sede di valutazione di professionalità, di trasferimenti o di nomine, senza che ciò avvenga per tutti ed in tutti i casi, ma secondo logiche che, a volte, appaiono casuali se non ingiustamente lassiste, o viceversa, punitive. E’ necessario che il Consiglio ponga attenzione alla materia e le restituisca razionalità e trasparenza,  attraverso una chiara individuazione delle tipologie di provvedimenti che interferiscono con il piano della valutazione di professionalità ed attraverso la disciplina di un procedimento partecipato, che consenta l’interlocuzione del magistrato interessato in tutti i casi in cui nei sui confronti, in sede di valutazione periodica, vengano in considerazione sentenze disciplinari o provvedimenti para disciplinari.

d. Ridefinizione del rapporto esistente tra procedimento disciplinare e procedimento per incompatibilità ambientale attraverso l’ampliamento delle competenze di iniziativa consiliare correlate alla seconda procedura. Alcune recenti vicende di cronaca giudiziaria, caratterizzate da risvolti deontologici e da ricadute ambientali, hanno evidenziato come, attraverso l’indebolimento della procedura per le incompatibilità ambientali, modificata dal nuovo Ordinamento Giudiziario, il CSM abbia perso capacità di efficace e rapido intervento su vicende potenzialmente in grado di offuscare il prestigio della magistratura. La scelta del legislatore di rimettere, di fatto, solo nelle mani dei titolari dell’azione disciplinare il potere di promuovere il trasferimento d’ufficio, colloca tale delicato potere nell’orbita della discrezionalità politica del Ministro ovvero in quella, meramente tecnico-processuale, del Procuratore Generale, aprendo la strada a soluzioni non sempre improntate al solo ed esclusivo scopo di tutelare la  funzione giurisdizionale e di garantire omogeneità di trattamento per vicende di pari rilievo e risonanza.

6. Etica della magistratura. Etica dei consiglieri.

In tempi bui come i presenti rivendichiamo ed esigiamo un’etica dei comportamenti. Ciò che vuol dire serietà nelle valutazioni di professionalità, prevalenza del dato attitudinale negli incarichi, regole chiare per le incompatibilità: ma che deve voler dire anche etica dei consiglieri, ciò che comporta che gli stessi rifuggano da clientelismi e raccomandazioni e che siano trasparenti nelle loro decisioni. Le pagine più oscure della storia consiliare (e purtroppo non sono state poche) sono quelle nelle quali le decisioni non sono state improntate all’oggettivo rispetto delle regole ed alla imparziale valutazione dei fatti, ma viceversa, sono state condizionate da pressioni interne o esterne alla magistratura. Il componente del CSM deve improntare la propria funzione al rispetto dei principi di autonomia ed indipendenza propri dell’esercizio della funzione giurisdizionale. La violazione di questi principi rende il Consiglio estraneo ai magistrati che lo hanno eletto e dei quali dovrebbe essere rappresentativo; lo avvicinano a logiche proprie del ceto politico, che in ragione di tale  avvicinamento riesce con più efficacia a condizionarne le decisioni. E’ questa la “politicizzazione” deteriore, che il Consiglio deve contrastare, se vuole rimanere all’altezza del compito istituzionale che la Costituzione gli affida.

7. I consiglieri dell’Area

Alla realizzazione di questi obbiettivi  è funzionale la creazione dell’Area, e la definizione, attraverso le primarie, delle candidature comuni ai nostri due gruppi. Non quindi per la tutela di un’appartenenza, ma per il miglioramento del servizio giustizia.

In quest’ottica i nostri  candidati chiedono il consenso dei colleghi impegnandosi a lavorare insieme. Non abbiamo voluto una semplice alleanza elettorale,  né solo un’alleanza programmatica. Noi puntiamo, con il nostro sforzo comune, alla costruzione all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, così come già avviene nella maggior parte delle realtà dell’autogoverno decentrato, di un’Area  che, nel rispetto delle prerogative di ciascun consigliere, realizzi forme di coordinamento stabile per la coerente realizzazione degli obiettivi programmatici che abbiamo qui esposto.

Abbiamo voluto porre le premesse per il superamento di un’impostazione che ormai gran parte dei magistrati rifiuta, e che rappresenta una delle cause di quei vizi che derivano dall’applicazione asfittica  della logica dell’appartenenza, contro il prevalere  della ricerca del miglioramento e del rafforzamento dell’autogoverno. Siamo sicuri che attraverso questa strada non solo verrà sconfitta ogni tentazione all’arroccamento ed alla chiusura intorno alla logica di difesa del proprio elettorato, ma viceversa si riuscirà a perseguire anche una più efficace interlocuzione con altre componenti consiliari. Una maggiore capacità di coesione significa oggi migliore possibilità di traino e di positivo cambiamento. Anche in questo sta la ragione di esistere dell’Area, che ha già trovato un riscontro molto felice nel successo delle primarie, a cui hanno partecipato 3.100 magistrati. Questo risultato ci responsabilizza e ci impegna ancora di più nel garantire ai magistrati di Area un impegno comune, per la realizzazione del programma che ci siamo dati, e per il mantenimento di un canale continuo ed assiduo di comunicazione tra tutta la magistratura e l’intera delegazione consiliare. Perchè l’Area è aperta.

 

 

I candidati di Area per le elezioni al Consiglio Superiore della Magistratura (4 e 5 luglio 2010) sono:

Collegio di Cassazione: Aniello Nappi

Collegio del Pubblico Ministero:

Vittorio Borraccetti e Roberto Rossi

Collegio dei Giudici di merito:

Paolo Carfì, Franco Cassano, Giuseppe Santalucia, Francesco Vigorito

Vittorio Borraccetti, entrato in magistratura alla fine del 1967, ha svolto in prevalenza funzioni di Pubblico Ministero. Da settembre 1979 a gennaio 1993 presso il Tribunale di Padova.  Dal 25 gennaio 1993  presso la Direzione Nazionale Antimafia come Sostituto e poi come Procuratore aggiunto. Dal 3 giugno 2002 è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Venezia. E’ stato componente del comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati; segretario nazionale di Magistratura democratica da marzo 1996 a dicembre 2000.

Paolo Enrico Carfì, nato a Casale Monferrato (Al) nel 1954, giudice a Milano dal 1983, ha sempre esercitato nel settore penale. Componente fino al 2008 della IV sezione del Tribunale specializzata in reati contro la P.A , ha presieduto numerosi  e complessi  procedimenti in materia (tra gli altri i cd. casi Eni-Sai, Imi-Sir, Lodo Mondadori) ma  anche in altri ambiti (in particolare criminalità organizzata e violenze a danno di minori). Dal 2008 Consigliere presso la II sezione penale della Corte di Appello di Milano,  specializzata in diritto penale dell’economia.

Francesco Cassano, consigliere della Corte d’appello di Bari, in magistratura dal 1983, ha svolto le funzioni di Pretore di Gallarate e poi di Giudice del Tribunale di Bari, addetto al settore penale, poi a quello civile e quindi al settore fallimentare. Già componente del Comitato scientifico del CSM, ha pubblicato articoli e monografie in materia di diritto fallimentare e di misure di prevenzione patrimoniali antimafia. E’ componente del comitato di redazione di  varie riviste giuridiche.

Aniello Nappi, è magistrato dal 1972: giudice a Torino dal 1973 al 1976, a Lanciano dal 1976 al 1993; dal 1993 in Cassazione, I sezione civile e V penale. Sezioni unite penali dal 1999 al 2008; Sezioni unite civili dal 2008. Autore tra l’altro dei seguenti volumi: Guida al codice di procedura penale (1989-2007), Falso e legge penale (1989-1999), Guida al codice penale (2003-2008), Il sindacato di legittimità nei giudizi civili e penali di cassazione (2006), Manuale di diritto penale (2010). Vicedirettore della rivista Giustizia civile.

Roberto Rossi, 48 anni, in magistratura dal 1990, prima pretore a Taranto e poi sostituto procuratore presso la procura circondariale a Bari, attualmente sostituto procuratore alla procura della repubblica di Bari, componente del gruppo dei reati contro la pubblica amministrazione e l’ambiente, tra gli altri procedimenti ha condotto le indagini che hanno portato alla confisca ed alla distruzione dell’immobile di Punta Perotti. Autore di numerose pubblicazioni in campo ambientale.

Giuseppe Santalucia. Entrato in magistratura nel 1989, dopo il periodo di uditorato ha esercitato le funzioni di pubblico ministero in Sicilia presso i tribunali di Patti e Messina. Nel 1997 si è trasferito al tribunale di Reggio Calabria, dove ha esercitato le funzioni di giudice per le indagini preliminari, occupandosi anche in tale veste di rilevanti processi di criminalità organizzata di tipo mafioso. Successivamente, è stato addetto all’Ufficio Studi del Csm e, rientrato in ruolo, è stato trasferito all’Ufficio del Massimario della Corte di cassazione, ove presta servizio nel settore penale, con funzioni di coordinatore.

Francesco Vigorito, 51 anni, Presidente di sezione del Tribunale di Roma.  E’ entrato in magistratura nel 1985, ha svolto le funzioni di Pretore di Ventimiglia, di Pretore di Sanremo, di Giudice del Tribunale di Cosenza, di Giudice del Tribunale di Roma. Ha curato la riorganizzazione dell’Ufficio esecuzioni del Tribunale di Roma e dell’Ufficio fallimentare del Tribunale di Cosenza ed ha collaborato a vari progetti in materia di informatizzazione degli uffici. E’ stato tra i fondatori dell’Osservatorio sulla giustizia civile di Roma. Ha pubblicato articoli e monografie in materia di diritto civile e di diritto processuale civile; è componente del comitato di redazione di  varie riviste giuridiche.

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