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Proc. n. 69/2002 R.G. - Sentenza del 16.5.2003/8.7.2003 n. 49/2003 Reg. dep. - Presidente Rognoni - Estensore Fici.

Doveri del magistrato: riserbo. Fattispecie concreta: intervista rilasciata a quotidiano nazionale. Illecito disciplinare. Non sussiste.

Il magistrato accusato di avere, nel corso di una intervista ad un quotidiano nazionale, rilasciato dichiarazioni adombranti l'esistenza di un oscuro, non meglio specificato "disegno" dei vertici di polizia, finalizzato a lasciare volutamente privi di tutela settori della città , ove ebbero a verificarsi gravi disordini, va assolto per insussistenza dell'illecito disciplinare ascrittogli, qualora l'istruttoria abbia permesso di accertare che l'incolpato aveva fatto uso di espressioni che, traducendo mere valutazioni personali sull'operato delle Forze dell'Ordine e non contenendo alcun concetto allusivo in ordine ad oscuri disegni, non esulano dall'ambito di tutela garantito dall'art. 21 della Costituzione.



i n c o l p a z i o n e

della violazione dell'art. 18 R.D.L. 31 maggio 1946, n. 511, per aver mancato ai propri doveri, rendendosi immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere il magistrato.
Il dott. ******, rispondendo alla domanda "come giudica l'operato delle forze dell'Ordine", ha osservato: "abbiamo avuto la sensazione che interi quartieri della città siano rimasti volutamente scoperti e che le scorribande avvenissero con una certa facilità ".
Detta affermazione, in quanto adombrante l'esistenza di un oscuro, non meglio specificato "disegno" dei vertici di polizia (lato sensu intesa) finalizzato a lasciare volutamente privi di qualsivoglia tutela interi settori della città di .........., e dunque, in ipotesi, a favorire eventuali disordini, appare disciplinarmente rilevante sotto il profilo della violazione dei doveri di correttezza e di continenza che sempre devono ispirare i comportamenti del magistrato, esulando dall'ambito di tutela garantito dall'art. 21 della Costituzione l'uso di espressioni allusive, prive di valutazioni argomentate sia pur sommariamente, ed aventi ad oggetto fatti e circostanze non verificabili.


Svolgimento del procedimento


1. Con provvedimento del 7 novembre 2001 il Ministro della Giustizia - in relazione ad un'intervista rilasciata del dottor ******, sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di .........., al quotidiano "Il Corriere della Sera", pubblicata nell'edizione del -------- - promuoveva azione disciplinare nei confronti dello stesso per i fatti specificati in rubrica.
Il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, attivato dal Ministro ai sensi dell'art. 59 del d.P.R. n. 916 del 1958, comunicava al C.S.M., con nota del 15 novembre 2001, che procedeva in sede disciplinare nei confronti del nominato.
Il 6 febbraio 2002 il dottor ****** rendeva interrogatorio al Sostituto Procuratore Generale, incaricato dell'istruttoria.
L'incolpato deduceva a discolpa che, per quanto il suo pensiero fosse stato riportato virgolettato, il testo dell'intervista non corrispondeva alle esatte parole adoperate. Con specifico riferimento alla frase oggetto di contestazione, ricordava di avere espresso il concetto che, a suo giudizio, le forze dell'ordine, allo scopo di tutelare adeguatamente la c.d. zona rossa, avevano lasciato necessariamente e, quindi, volutamente, incustodita un'ampia zona della città . Si era trattato di una valutazione espressa alla luce dei fatti che si erano verificati e che erano stati portati a conoscenza dell'autorità giudiziaria; fatti che dimostravano, sia pure con una valutazione ex post, come una tale scelta strategica (era questa l'espressione esatta che il dottor ****** ricordava di avere espresso al giornalista) si era rilevata sbagliata per i disordini e le devastazioni verificatisi nelle zone della città rimaste incustodite. L'incolpato negava, tuttavia, decisamente di avere voluto esprimere ogni idea allusiva riguardo ad oscuri disegni volti, addirittura, a favorire eventuali disordini.
Nel corso dell'istruttoria veniva interrogato, in qualità di testimone, il giornalista Marco Imarisio, che specificava di aver egli sollecitato l'intervista in questione e di essersi attenuto alle esatte espressioni utilizzate dal dottor ******. Con specifico riferimento alla risposta oggetto di valutazione in questa sede, il giornalista ha tuttavia affermato di non potere essere sicuro che "l'avverbio volutamente sia stato proprio quello utilizzato dall'intervistato", pur dichiarandosi sicuro che "la valutazione formulata in ordine al fatto che interi quartieri della città fossero rimasti scoperti" non era ovviamente sua ma dell'intervistato, il cui pensiero egli aveva tutt'al più interpretato.
Il 13 giugno 2002 il difensore dell'incolpato produceva una memoria scritta con la quale, oltre a ribadire i concetti già espressi dal suo assistito nel corso dell'interrogatorio, evidenziava come l'addebito fosse limitato al passaggio dell'intervista in esso specificamente riportato, dovendosi escludere, pertanto, ogni rilevanza al riferimento, impropriamente espresso nella contestazione, ad una pretesa violazione del dovere di continenza; ma anche a voler considerare la contestazione sotto tale profilo, l'addebito sarebbe dovuto ritenersi escluso, essendosi limitato il dottor ****** a rilasciare una dichiarazione nell'esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero, senza oltrepassare i limiti impostigli dalla funzione esercitata. 
L'addebito rivolto al dottor ****** - sempre secondo la memoria difensiva - deve, dunque, ritenersi inquadrabile esclusivamente in un incongruo (in ipotesi accusatoria) esercizio del diritto di critica. Ed, al riguardo, secondo la difesa, "il diritto di critica è censurabile, secondo la giurisprudenza della sezione disciplinare, solo ove le circostanze riferite siano false o deformate oppure qualora i giudizi formulati siano espressi in modo volgare o ingiurioso", ipotesi queste insussistenti nel caso in esame.
Il 14 giugno 2002 il Procuratore Generale chiedeva il rinvio a giudizio dell'incolpato.
A seguito di una serie di rinvii, connessi ad esigenze organizzative di questa Sezione Disciplinare, il dibattimento ha avuto luogo all'udienza odierna.
L'incolpato si è riportato alle dichiarazioni già rese nella fase istruttoria e, quindi, le parti hanno concordemente concluso per l'assoluzione del dottor ******, non costituendo il fatto illecito disciplinare.


Motivi della decisione


2. Ritiene questa Sezione Disciplinare, conformemente a quanto richiesto dalle parti, che il dottor ****** debba essere assolto dall'incolpazione ascrittagli, poiché la specifica dichiarazione, oggetto di addebito, resa nel corso dell'intervista dallo stesso rilasciata al Corriere della Sera, non presenta quelle caratteristiche prospettate nel capo di incolpazione e, quindi, non si pone in contrasto con quei doveri di correttezza e di continenza che devono sempre ispirare i comportamenti del magistrato e non esulano, pertanto, dall'ambito di tutela garantito dall'art. 21 della Costituzione.
3. Per quanto dalla contestazione, così come formulata, possa trarsi il convincimento che il titolare dell'azione non ha inteso muovere alcun rilievo alla circostanza del rilascio in sé dell'intervista, il richiamo al dovere di continenza e, quindi, implicitamente al dovere di riservatezza, imposto al magistrato dal ruolo rivestito rende opportuna qualche considerazione preliminare.
Deve, al riguardo, essere premesso che la materia del rapporto con i mezzi di informazione e delle interferenze con l'esercizio dei pubblici poteri è uno snodo essenziale delle dinamiche istituzionali ed anche questa Sezione Disciplinare è sovente chiamata a confrontarsi con una tale tematica, che afferisce ad un diritto fondamentale di libertà , che connota e permea di sè il nostro assetto ordinamentale.
Con specifico riferimento ai profili deontologici delle dichiarazioni rese alla stampa da magistrati non può prescindersi - a fronte della astratta previsione incriminatrice di cui all'art. 18 del R.D. Lgs. 31 maggio 1946 n. 511 - dai principi affermati dalla Corte Costituzionale nella nota sentenza del 5 giugno 1981 n. 100, con la quale sono state dichiarate non fondate le questioni di legittimità costituzionale della citata disposizione, nella parte in cui consente la sottoposizione a sanzione disciplinare del magistrato che tenga in ufficio o fuori una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario, sollevate in relazione agli articoli 21, comma 1, 25, comma 2, 101, comma 2, e 108, comma 1, della Costituzione.
Il giudice remittente aveva, infatti, rilevato come la generica descrizione della condotta sanzionabile, ancorata a concetti astratti quali fiducia e considerazione (di cui ogni magistrato deve godere) e prestigio (dell'Ordine Giudiziario), potesse ritenersi in contrasto con i principi affermati nella citate disposizioni costituzionali e, segnatamente, con il diritto fondamentale di libertà di manifestazione del pensiero, per il possibile uso distorto dello strumento disciplinare in relazione ad opinioni espresse da un magistrato.
La Corte, nel rigettare le sollevate eccezioni, ha delineato i limiti entro i quali l'azione disciplinare nei confronti di un magistrato, in relazione a manifestazioni di pensiero, è compatibile con l'attuale assetto costituzionale e non corre il rischio di trasformarsi, per converso, in uno strumento di repressione e di conformazione delle coscienze, del tutto inaccettabile in un sistema, come il nostro, ispirato a principi di libertà e di partecipazione democratica.
"Deve riconoscersi - hanno osservato i giudici della Consulta, espressamente ribadendo che non sono possibili dubbi in proposito - che i magistrati debbono godere degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino, ma deve del pari ammettersi che le funzioni esercitate e la qualifica da essi rivestita non sono indifferenti e prive di effetto per l'ordinamento costituzionale. Per quanto concerne la libertà di manifestazione del pensiero non è dubbio che essa rientri fra quelle fondamentali protette dalla nostra Costituzione ma è del pari certo che essa, per la generalità dei cittadini non è senza limiti, purché questi siano posti dalla legge e trovino fondamento in precetti e principi costituzionali, espressamente enunciati o desumibili dalla Carta Costituzionale (cfr. sentenza n. 9 del 1965)".
"I magistrati, per dettato costituzionale (art. 101, comma 2, e 104, comma 1, Cost.) debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giurisdizionali ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento, al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità nell'adempimento del loro compito. I principi anzidetti sono quindi volti a tutelare anche la considerazione di cui il magistrato deve godere presso la pubblica opinione; assicurano al contempo, quella dignità dell'intero ordine giudiziario, che la norma denunciata qualifica prestigio e che si concreta nella fiducia dei cittadini verso la funzione giudiziaria e nella credibilità di essa".
Individuata, dunque, la copertura costituzionale della previgente disposizione incriminatrice, attraverso un'attualizzazione dei concetti di prestigio e fiducia, la Corte ha, quindi, dedotto che "nel bilanciamento di tali interessi con il fondamentale diritto alla libera espressione del pensiero sta … il giusto equilibrio, al fine di contemperare esigenze egualmente garantite dall'ordinamento costituzionale"; e, pertanto, "gli anzidetti rilievi consentono di affermare la piena compatibilità tra libera manifestazione del pensiero e tutela della dignità del singolo magistrato e dell'intero ordine giudiziario; l'equilibrato bilanciamento degli interessi tutelati non comprime il diritto alla libertà di manifestare le proprie opinioni ma ne vieta soltanto l'esercizio anomalo e, cioè, l'abuso, che viene ad esistenza ove risultino lesi gli altri valori sopra menzionati".
I giudici costituzionali non sono andati oltre ed hanno rimesso all'organo chiamato a valutare i singoli comportamenti e, cioè, alla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, il potere di "stabilire se essi possono o meno essere riprovati dalla coscienza sociale e se siano o meno conformi alla valutazione che comunque possano fare di essi gli stessi consociati in relazione alla natura e rilevanza degli interessi tutelati ed in funzione del buon andamento dell'attività giudiziaria"; per concludere nel senso che "il controllo di legittimità , affidato al massimo organo della giurisdizione ordinaria, costituisce poi garanzia ulteriore dell'esatta osservanza dei principi costituzionali applicabili". 
4. E' compito, dunque, di questa Sezione Disciplinare, in relazione alle singole fattispecie sottoposte alla sua valutazione, operare il descritto bilanciamento, per stabilire se la concreta dichiarazione del magistrato, oggetto d'incolpazione, ha rappresentato una corretta esplicazione della libertà fondamentale di manifestazione di pensiero, ovvero se essa ne ha costituito un abuso, in quanto idonea - per il contenuto, per i modi e per i tempi - a compromettere la fiducia nell'imparzialità ed indipendenza del singolo magistrato e, di riflesso, il prestigio dell'intero ordine d'appartenenza.
In quest'opera di bilanciamento dei descritti principi la Sezione Disciplinare - pur mantenendo un'assoluta autonomia di valutazione, che le deriva della formulazione elastica della disposizione incriminatrice, che inevitabilmente rimanda a non sempre uniformi opzioni di natura culturale, peraltro variabili e contingenti in relazione ai tempi - non potrà prescindere dai suoi precedenti in materia, dalle indicazioni offerte dagli arresti dei giudici di legittimità e dalle elaborazioni interne all'ordine giudiziario, che si sono manifestate sia in sede consiliare che associativa. Ci si riferisce, in particolare, alle risoluzioni del Consiglio Superiore della Magistratura, in materia di dichiarazioni alla stampa da parte di un magistrato, del 19 maggio 1993 e dell'1 dicembre del 1994, così come all'art. 6 del c.d. codice etico; elaborazioni, le quali tutte, in ogni caso, non costituiscono fonti normative alla quali la Sezione Disciplinare è, comunque, tenuta ad adeguarsi (così Cass. SS.UU. Civili, 4 febbraio 1999).
5. Va, al riguardo, innanzi tutto, evidenziato come questa Sezione Disciplinare non ha mai considerato illimitato il diritto dei magistrati di manifestare il proprio pensiero e non si è, dunque, mai discostata dal costante insegnamento delle Sezioni Unite Civili della Cassazione, secondo cui "il principio garantito dall'art. 21 della Costituzione incontra anche per i magistrati i limiti posti dall'ordinamento a tutela dei diritti e delle libertà altrui e deve essere coordinato con gli altri interessi di rango pubblicistico e costituzionale" (così Cass. SS.UU. Civili da ultima citata, ma anche Cass. SS.UU. Civili n. 6179/93 e Cass. SS.UU. Civili n. 10.999/93).
Si tratta, dunque, di stabilire se la singola dichiarazione - per le concrete modalità , per lo stile, per il tono, per la congruità delle argomentazioni e per la continenza delle espressioni usate - si sia mantenuta entro i limiti consentiti, ovvero se abbia trasmodato in abuso per l'indebito attacco alla sfera giuridica di altri soggetti o all'esercizio di funzioni costituzionalmente previste; valutando, altresì, se un eventuale eccesso di tono, ovvero di singole espressioni o di singoli argomenti possano trovare spiegazione e giustificazione nel particolare contesto nel quale la dichiarazione è stata rilasciata.
6. Nella fattispecie in esame si è trattato di un'intervista resa dal dottor ****** ad un giornalista del quotidiano Il Corriere della Sera in merito ad eventi che avevano destato profondo turbamento presso l'opinione pubblica nazionale ed internazionale: ci si riferisce ai gravi disordini verificatisi nella città di .......... in occasione del c.d. G8 e, cioè, del periodico vertice internazionale dei capi di stato o di governo dei più importanti paesi industrializzati che aveva attirato la presenza di parecchie centinaia di migliaia di manifestanti aderenti al c.d. movimento antiglobalizzazione.
L'addebito, per come già dedotto, non attiene al rilascio dell'intervista e, quindi, all'opportunità della scelta; e non attiene neppure al contenuto complessivo delle dichiarazioni, quanto piuttosto alla risposta che sarebbe stata fornita dall'intervistato ad una ben specifica domanda del giornalista. 
Risulta, invero, contestato al dottor ****** che lo stesso, rispondendo alla domanda "come giudica l'operato delle forze dell'Ordine ?", avrebbe testualmente risposto "abbiamo avuto la sensazione che interi quartieri della città siano rimasti volutamente scoperti e che le scorribande avvenissero con una certa facilità ". "Detta affermazione - secondo la valutazione datane dal Ministro della Giustizia che ha promosso l'azione disciplinare, formulando il capo di incolpazione - in quanto adombrante l'esistenza di un oscuro, non meglio specificato "disegno" dei vertici di polizia (lato sensu intesa) finalizzato a lasciare volutamente privi di qualsivoglia tutela interi settori della città di .......... e, dunque, in ipotesi, a favorire eventuali disordini" sarebbe "disciplinarmente rilevante sotto il profilo della violazione dei doveri di correttezza e di continenza, che sempre devono ispirare i comportamenti del magistrato, esulando dall'ambito di tutela garantito dall'art. 21 della Costituzione l'uso di espressioni allusive, prive di valutazioni argomentate sia pur sommariamente, ed aventi ad oggetto fatti e circostanze non verificabili".
7. In punto di fatto, per come anticipato, l'incolpato ha dedotto che il testo dell'intervista, per quanto fosse stato riportato fra virgolette, non corrispondeva esattamente a quanto da lui dichiarato al giornalista, con specifico riferimento, in particolare, alla frase oggetto di contestazione e, più in dettaglio, all'espressione "volutamente". Una tale circostanza è rimasta sostanzialmente confermata, nel corso della fase istruttoria, dalle dichiarazioni rese dal giornalista +++++++++++ che, pur premettendo di essersi attenuto alle esatte espressioni utilizzate dal magistrato che aveva accettato di essere da lui intervistato, affermava, tuttavia, con specifico riferimento alla frase contestata, di non potersi dichiarare sicuro che "l'avverbio volutamente sia stato proprio quello utilizzato dall'intervistato", pur dichiarandosi certo che "la valutazione formulata in ordine al fatto che interi quartieri della città fossero rimasti scoperti" non era ovviamente sua ma dell'intervistato, il cui pensiero egli aveva tutt'al più interpretato.
Il dottor ****** ha, in ogni modo, confermato di avere espresso il concetto che, a suo giudizio le forze dell'ordine, allo scopo di tutelare adeguatamente la c.d. zona rossa, avevano lasciato necessariamente e, quindi, volutamente (espressione non sua ma del giornalista), incustodita un'ampia zona della città . Si era trattato di una semplice valutazione o meglio una sensazione, alla stregua dei fatti che si erano verificatisi e che erano stati portati a conoscenza dell'autorità giudiziaria; fatti che dimostravano, sia pure con una valutazione successiva al verificarsi degli eventi, come una tale scelta strategica (era questa l'espressione esatta che il dottor ****** ha ricordato di avere espresso al giornalista) si era rilevata sbagliata per i disordini e le devastazioni verificatisi nelle zone della città rimaste incustodite. 
L'incolpato ha, tuttavia, negato decisamente di avere voluto esprimere ogni idea allusiva riguardo ad oscuri disegni volti, addirittura, a favorire eventuali disordini.
Ciò posto, anche a voler considerare come pronunciata dall'incolpato la frase oggetto di contestazione (ed abbiamo, però, visto che la circostanza è negata e, sul punto, il giornalista ha confermato), va rilevato che un'attenta lettura della frase in questione conduce ad affermare che, contrariamente a quanto dedotto nell'incolpazione, l'intervistato non ha adombrato alcunché, né tanto meno, addirittura, "l'esistenza di un oscuro, non meglio specificato "disegno" dei vertici di polizia (lato sensu intesa) finalizzato a lasciare volutamente privi di qualsivoglia tutela interi settori della città di .......... e, dunque, in ipotesi, a favorire eventuali disordini". Invero, il .dottor ****** si è limitato ad esprimere un'opinione (e, cioè, qualcosa di simile all'espressione "abbiamo avuto la sensazione che interi quartieri della città siano rimasti volutamente scoperti … ") e da nessun elemento, logico o grammaticale, può sostenersi che la successiva proposizione (…e che le scorribande avvenissero con una certa facilità ") sia collegata a quella singola espressione ("volutamente") che esprime intenzionalità . In altri termini, è una semplice illazione sostenere che con quella frase il dottor ****** abbia inteso esprimere un concetto allusivo.
Deve, dunque, ritenersi l'insussistenza del fatto addebitato, così come descritto in incolpazione, posto che l'incolpato non ha rilasciato alla stampa alcuna dichiarazione allusiva.


P.Q.M.


La Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura;
Visto l'art. 35 del R.D.L. 31 maggio 1946, n. 511,

assolve

il dott. ****** dalla incolpazione contestata per essere risultati esclusi gli addebiti
Roma, 16 maggio 2003 


L'ESTENSORE
(Giuseppe Fici)




IL PRESIDENTE
(Virginio Rognoni)


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