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Proc. n. 14/2004 R.G. - Sentenza del 19.3.2004/4.5.2004 n. 28/2004 Reg. dep. - Presidente- estensore Buccico.

Doveri del magistrato: imparzialità . Equidistanza del giudice dalle parti. Correttezza. Riserbo. Illecito disciplinare di particolare gravità . Sussistenza. Destituzione dal servizio.

Va inflitta la sanzione della destituzione al magistrato che, perseguendo interessi personali di natura patrimoniale attraverso una condotta del tutto contraria ai suoi doveri istituzionali, abbia accettato da un noto imputato dei reati di associazione camorristica ed estorsione continuata ed aggravata la promessa di una somma di denaro, ricevendone in anticipo una parte, quale corrispettivo dell'impegno, soddisfatto, di rivelare i contenuti della camera di consiglio del collegio giudicante del quale facesse parte come giudice a latere e dell'impegno di suggerire, tramite altra persona, la strategia processuale più utile per pervenire all'assoluzione del suddetto imputato e dei suoi associati.



i n c o l p a t o

della violazione dell'art. 18 R.D.L. 31.5.1946, n. 511, per avere mancato ai propri doveri di ufficio, rendendosi immeritevole della fiducia e della considerazione di cui doveva godere, così compromettendo il prestigio dell'Ordine Giudiziario.
Il dott. Mevio, infatti, quale Giudice del Tribunale di .........., membro del Collegio chiamato a giudicare tale P.G. ed altri, imputati dei reati di associazione camorristica ed estorsione continuata ed aggravata nel procedimento svoltosi dalla primavera all'autunno 1990 (sentenza emessa il 19.10.1990) - accettava la promessa del predetto G., con la mediazione di altri, di una imprecisata somma di danaro tra i cinquanta e i cento milioni, ricevendone in anticipo in contanti lire trenta milioni, in corrispettivo del suo impegno, poi mantenuto, a rivelare il contenuto delle discussioni in Camera di Consiglio tra i componenti del Collegio giudicante, suggerendo in relazione ad esse ai difensori la strategia processuale più utile, nonché all'assoluzione del predetto imputato e degli altri in contrasto con le emergenze processuali.
In .........., tra la primavera ed il 19.10.1990.
Con l'ulteriore precisazione che esso dott. Mevio, per questi fatti, qualificati come delitto di corruzione aggravata in atti giudiziari (artt. 81, 319, 319 ter c.p.) è stato condannato, con sentenza definitiva, alla pena di anni tre di reclusione.


Svolgimento del procedimento

Con missiva datata 8 marzo 1994 il Ministro di Grazia e Giustizia, prof. Conso, comunicava al Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione la decisione di promuovere azione disciplinare nei confronti del dott. Mevio, assoggettato a custodia cautelare in carcere quale indagato -per i reati di cui agli artt. 319 e 319 ter cod. pen. -nel procedimento n. 1038/93/21 P.M., chiedendo, ai sensi dell'art. 59 II° co. DPR 16.9.1958 n. 916, per l'appunto al P.G. di volerla iniziare.
Il successivo 10 marzo il P.G., dott. Sgroi, comunicava al Ministro di aver promosso la chiesta azione disciplinare e in data 14.3.1994 il P.G. effettuava la comunicazione di rito al CSM.
I fatti originatori della nascita dell'azione disciplinare si individuano già , nei loro contorni storici e fattuali, nella comunicazione del Ministro e consistono nell'aver il Mevio accettato la promessa di una somma oscillante tra i 50 e i 100 milioni e nell'averne già ricevuto in anticipo 30 milioni quale corrispettivo dell'impegno, soddisfatto, di rivelare i contenuti della Camera di Consiglio del Collegio Giudicante del quale faceva parte come Giudice a latere e di suggerire, tramite E.D., la strategia processuale più utile per pervenire alla assoluzione di P.G. e dei suoi coimputati associati: i fatti si collocano temporalmente tra la primavera e il tardo autunno del 1990.
In realtà sin dal 6 aprile 1993 il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di .......... trasmetteva al Ministero di Grazia e Giustizia, alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione e al CSM copia di una generica segnalazione di pari data del Procuratore della Repubblica di ......... con cui veniva informato che P.G., nel corso di un interrogatorio reso innanzi al Sostituto B. aveva "formulato accuse di corruzione nei confronti di magistrato del Tribunale di .......... da identificarsi in Mevio dr. della III Sezione Penale del Tribunale di ..........". Si susseguivano, così, richieste di informazioni, culminate con la trasmissione delle richieste fatte dall'ufficio del P.M. e della ordinanza del GIP di custodia cautelare in carcere, trasmessa al P.M. per la esecuzione in data 4.3.1994. (fasc. 114/93 S/4 bis).
Per completezza occorre dire che agli atti del procedimento disciplinare (fasc. 11/94 proc. disc. S/4) vi è traccia di altra iniziativa disciplinare promossa nei confronti del dottor Mevio dal Ministro Conso risalente al 22.6.1993, avente ad oggetto il comportamento tenuto in udienza dal Mevio - "improvviso allontanamento dall'aula dibattimentale" - nel corso del procedimento penale per il quale si sarebbe concretizzato il pactum sceleris: per tale modalità comportamentale, ancorché relativa allo stesso processo originatore dei fatti integrativi del presente procedimento, si è sviluppata una autonoma, separata e non interferente iniziativa disciplinare.
La gravità dei fatti indusse la Sezione Disciplinare, attivata dal P.G., a sospendere di diritto, in ossequio all'art. 31 RDL 31.5.1946 n. 511, in data 18 marzo 1994 il dott. Mevio dalle funzioni e dallo stipendio e ciò, naturalmente, in quanto destinatario di ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere ed a seguito della richiesta di sospensione di diritto "dalle funzioni e dallo stipendio con collocazione fuori ruolo organico" avanzata in data 8 maggio 1994 al CSM dall'Avvocato Generale dottor Francesco Morozzo della Rocca (affol. 26 fasc. 114/93).
Intanto il procedimento disciplinare, in applicazione dell'art.12 cpv. e 7° co. L. 3.1.1981 n.1, in considerazione dell'avvenuto inizio della azione penale (richiesta di decreto di citazione a giudizio del 26.7.1994), veniva sospeso, con provvedimento del Procuratore Generale fino alla pronuncia dei provvedimenti indicati nell'art.3 cpp in data 4.8.1994 (affol. 34 proc. 11/94): nel frattempo con missiva del 16.7.1994 della Procura Generale presso la Corte di Cassazione venivano richieste al Procuratore della Repubblica di ….. copie di specifici atti nonché di "tutti gli altri atti, se ostensibili, acquisiti nel corso della indagine, concernenti le condotte ascritte al Mevio". Tale richiesta risulta (cfr. affol. 35 fasc. 11/94) soddisfatta con l'acquisizione al procedimento degli atti richiesti.
Con successivo provvedimento del 26.6.1998 la Sezione Disciplinare, adita dal dott. Mevio, revocava la sospensione di diritto, riammetteva in ruolo l'incolpato e disponeva, comunque, la sospensione provvisoria dalle funzioni e dallo stipendio con l'attribuzione di un assegno alimentare pari ai due terzi dello stipendio: la Sezione, infatti, riteneva, su conforme richiesta del P.G., di applicare il 2° comma del citato art. 31 rinvenendo nei fatti sia il fumus boni juris che il periculum in mora.
In data 18 febbraio 2000, ed in sintonia con la dinamica del processo penale nel quale il Mevio figurava imputato dei reati di cui agli artt. 319 (in pratica lo stesso fatto, oggetto del procedimento disciplinare) e 416 bis C.P., la Sezione, su istanza prodotta in data 18.1.2000 dal dott. Mevio che evidenziava la intervenuta propria assoluzione da tutti i reati da parte della Corte di Assise di Appello di ……, revocava la sospensione provvisoria dalle funzioni e dallo stipendio: il Mevio rientrava così nell'esercizio delle funzioni all'interno dell'Ordine Giudiziario.
Sempre la Sezione, su richiesta del P.G. e dell'Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione del 6.12.2002 in relazione alla sentenza resa dalla Corte di Appello di Roma in data 11.5.2002 che, su rinvio da parte della Corte di legittimità , pur assolvendo il Mevio dal reato associativo, lo condannava per la contestata corruzione, in data 13 dicembre 2002, disponeva nuovamente la sospensione del dottor Mevio dalle funzioni e dallo stipendio con la attribuzione di un assegno alimentare pari ai due terzi dello stipendio.
Come è già facilmente evincibile da quanto esposto il procedimento disciplinare a carico del dott. Mevio, sorto in relazione al grave processo per camorra aperto innanzi l'autorità giudiziaria salernitana e nel quale era coinvolto il cosiddetto clan G., ha seguito il percorso del processo penale e tanto in virtù del ricordato provvedimento di sospensione.
E' qui il caso, intanto, di indicare le tappe del processo penale, in sintonia delle quali, come si è visto, la posizione del Mevio ha subito adeguamenti e mutamenti.
Nel giudizio di primo grado, celebrato innanzi al Tribunale Penale di ......... il Mevio risultava imputato dei reati di corruzione (praticamente per fatti coincidenti con quelli oggetto del procedimento disciplinare) e di associazione a delinquere di stampo mafioso insieme con altri sei coimputati, uno dei quali -il D.- individuato come il tramite tra il magistrato ed il clan G.: tra i coimputati spiccavano, infatti, i capi della associazione mafiosa Nuova Famiglia, Carmine Alfieri e P.G., entrambi in regime di protezione presso il Servizio Centrale Protezione del Ministero di Grazia e Giustizia. All'esito il Mevio veniva riconosciuto colpevole di entrambi i reati ascrittigli e condannato alla pena di anni cinque di reclusione. La sentenza, pronunciata il 26.9.1997, risulta depositata il successivo 5.12.1997.
Investita della impugnazione la Corte di Appello di ........., con decisione presa alla udienza del 3.12.1999 e depositata il 31.1.2000, riformava completamente la sentenza di primo grado e, tra gli altri, assolveva il dott. Mevio da entrambi i reati perché il fatto non sussiste.
A sua volta la Suprema Corte di Cassazione (I Sez. Penale) alla udienza pubblica del 19.10.2000, pronunciandosi sul ricorso proposto dal Procuratore Generale, annullava la sentenza della Corte di Appello di ......... e rinviava per nuovo giudizio innanzi alla Corte di Appello di Roma: la sentenza veniva depositata il 19.1.2001.
La Corte di Appello di Roma, in sede di rinvio, in riforma della sentenza del Tribunale di ......... del 26.9.1997 assolveva il Mevio dal reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e rideterminava la pena per il reato di corruzione, previa concessione delle attenuanti generiche, in anni tre di reclusione: tale decisione, assunta alla udienza dell'11.5.2002, veniva depositata il 22.7.2002.
L'itinerario processuale riapprodava così alla cognizione della Suprema Corte di Cassazione (V Sezione Penale) che, provvedendo sul ricorso proposto dal Mevio, lo rigettava: la sentenza è del 6.6.2003 ed il deposito del 24.7.2003.
Così si concludeva definitivamente l'iter processuale, mentre, come si è già visto, in relazione agli esiti avutisi nei vari gradi del processo penale, si caducavano e si vitalizzavano i provvedimenti cautelari di competenza della Sezione.
Conclusosi il processo penale l'Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione in data 12.2.2004 chiedeva alla Sezione Disciplinare la fissazione della discussione orale del procedimento a carico del dott. Mevio per la incolpazione già riferita, e con la ulteriore precisazione -costituente parte integrante dell'editto incolpatorio- che esso Mevio per i fatti descritti nella prima parte e qualificati come delitto di corruzione aggravata in atti giudiziari (artt. 81,319, 319 ter C.P.) era stato condannato, con sentenza definitiva, alla pena di anni tre di reclusione.
Per la precisione occorre dire che, all'esito del processo, la Procura Generale presso la Corte di Cassazione, e per essa l'Avvocato Generale appositamente delegato, notificava gli addebiti, così come avanti indicati, al dott. Mevio in data 3 febbraio 2004 con notifica a mani della moglie: il dott. Mevio, senza addurre giustificazioni, non si presentava a rendere l'interrogatorio fissato per il 12 febbraio 2004.
Fissata l'udienza dibattimentale per il 19 marzo 2004 si aveva la presenza del dott. Mevio: nel corso di tale udienza il P.G. concludeva per la irrogazione della sanzione della destituzione, mentre il dott. Mevio proclamava la sua estraneità , pur a fronte del giudicato penale, preannunciando come iniziativa giudiziaria una istanza di revisione del processo.


Motivi della decisione

Le conclusioni del Procuratore Generale, anche con particolare riferimento al regime sanzionatorio, sono del tutto condivisibili.
Appare opportuno, in via preliminare, sottolineare come la contestazione incolpatoria abbia recepito nel suo corpo la precisazione relativa al passaggio in giudicato della sentenza ritornata al vaglio della Corte di Cassazione a seguito della impugnazione proposta dal dott. Mevio avverso la sentenza resa dalla Corte di Appello di Roma dell'11 maggio 2002.
Si pone quindi alla valutazione della Sezione, nel quadro del rapporto e delle interferenze tra processo penale e procedimento disciplinare fondati -come nel caso di specie- sugli stessi fatti, la questione relativa ai limiti di efficacia della sentenza penale nel giudizio disciplinare.
Come è noto l'art. 653 c.p.p. che, originariamente, prevedeva e disciplinava il rapporto tra sentenza penale di assoluzione e procedimento disciplinare, è stato arricchito e reso equilibratamente sistemico con l'introduzione della novella di cui all'art. 1 della legge n.97 del 27 marzo 2001, pubblicata sulla G.U. del 5 aprile 2001 n. 80 che ha materializzato il comma 1 bis del citato art. 653 c.p.p.: la nuova previsione legislativa chiarisce che la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare "quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso".
La novella, che in realtà ha opportunamente risagomato anche il 1° comma dell'art. 653 parametrando gli effetti del giudicato di tutte le sentenze penali (e non solo di quelle dibattimentali) non più alle formule assolutorie ma all'"accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l'imputato non lo ha commesso" in sintonia con il comma 1 bis, impinge in effetti il codice di rito (artt. 321, 445, 652 e 653) ma si inserisce con la complessiva legge 97/2001 -secondo costumi legislativi non sempre ordinati a coerenza e chiarezza ed organicità - nell'opera di adeguamento della normativa alla nuova struttura del rapporto di lavoro e rappresenta anche, come è stato correttamente sottolineato, un ripensamento del legislatore che ha ritenuto di non poter lasciare completamente alla fonte contrattuale la regolamentazione del procedimento disciplinare.
Per quel che ci riguarda, e per dare una cornice all'inquadramento dell'istituto, non costituisce un fuor d'opera sottolineare come il giusto approdo, sostanzialistico e sistemico, in parte riecheggia la previsione normativa di cui all'art. 28 del codice di rito previgente.
Naturalmente non può trascurarsi l'esistenza e la vigenza nell'ordinamento dell'art. 29 RD Lgs 31.5.1946 n. 511 che, come si evince dal titolo, disciplina gli effetti disciplinari dei giudicati penali e come è noto è stato oggetto di interpretazioni critiche che non hanno risparmiato neppure la Corte Costituzionale.
Non costituisce un fuor d'opera sottolineare come le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione (cfr. Cass. SS. UU. 7.7.96 n.7224, ex multis) hanno affermato che l'attribuzione dell'efficacia vincolante della pronuncia penale, sia di condanna che di assoluzione nel procedimento disciplinare a carico dei magistrati quanto all'accertamento dei fatti esaminati dal giudice penale, deriva dalla insindacabile discrezionalità del legislatore in considerazione, soprattutto, della particolare posizione che gli appartenenti all'Ordine Giudiziario hanno nell'ordinamento dello Stato.
Può, nella necessità di coordinare, in termini applicativi, tale norma con l'art. 653 c.p.p. pervenirsi (e certamente con più facilità di inquadramento sistematico dopo l'abrogazione del comma 7 dell'art. 21 RD Lgs 31.5.1946 n. 511 a seguito della entrata in vigore della Legge 8.6.1966 n.424 e, per conseguente contaminazione, dell'ultima parte del 1° comma dell'art. 29: "può …….quiescenza") ad affermare la necessità della distinzione tra destituzione di diritto e destituzione quale sanzione irrogabile a conclusione di un rituale procedimento disciplinare.
In relazione alla concreta fattispecie, in realtà , non sorge alcun problema di interpretazione ovvero di inquadramento dal momento che è sorto un regolare procedimento disciplinare sia pure a seguito di una misura cautelare in carcere, è intervenuta la sospensione del procedimento disciplinare sino all'esito del processo penale, è stata riattivato il procedimento disciplinare e, in questa sede, convergono l'applicazione sia dell'art. 29 che, nell'ultimo comma, statuisce che nel procedimento disciplinare "fa sempre stato l'accertamento dei fatti che formarono oggetto del giudizio penale" che dell'art. 653 che ha opportunamente ampliato -recte specificato- l'area degli accertamenti aventi efficacia di giudicato: sussistenza del fatto, sua illiceità penale e commissione da parte dell'imputato.
Le operazioni che, sul punto, si impongono sono intimamente collegate tra loro: la prima consiste nella verifica comparativa, rispetto al caso concreto, degli accertamenti consolidatisi in sede penale e quindi la autonoma valutazione -sub specie disciplinare- dei fatti e delle condotte accertate in sede penale, stante la ontologica diversità dei presupposti della responsabilità penale e di quella disciplinare e fermo -naturaliter- il solo limite della immutabilità dell'accertamento dei fatti nella loro materialità (cfr Sezioni Unite Civili, 18.10.2000 n. 1120 CED Cassaz. N. 541030).
Ovviamente la prima comparazione scorre sul canovaccio degli accertamenti penali con facilità , tali e tanti sono i riscontri che, nel loro susseguirsi, le sentenze offrono sino all'ultima di reiezione del 6.6.2003 della Suprema Corte di Cassazione.
Il fatto integrante la corruzione, così come ripetitivamente descritto nel capo di imputazione ed in quello di incolpazione (promessa da parte del G., ricezione di un anticipo, ruolo del D.), con la conseguente valutazione di intrinseca ed intensa illiceità oltre che della riconoscibilità quale autore dei fatti stessi nella persona del Mevio risulta chiaramente provato dalla decisione penale e non vi è spazio, proprio in relazione all'art. 29 RD Lgs n.511 e all'art. 653 C.P. -per attardarsi.
Per ragioni di completezza è appena il caso di accennare proprio all'ultima sentenza della Corte di Cassazione che, pur dichiarando fondato il primo motivo di ricorso proposto dal Mevio (inutilizzabilità delle deposizioni testimoniali dei giudici componenti il collegio del quale faceva parte il Mevio nel processo a carico del G. a seguito del noto intervento delle Sezioni Unite del 30.10.2002, Carnevale), in applicazione della cosiddetta prova di resistenza, applicabile anche in sede di legittimità (pag. 12 sent. citata), ha valutato sufficienti a giustificare il convincimento le altre emergenze probatorie. E qui di seguito vengono indicati e valutati e passati ad un rigoroso vaglio critico tutti gli altri elementi di prova: a)-le chiamate in correità dell'Alfieri e del G. e cioè dei mandanti della proposta corruttiva con la descrizione delle fasi della trattativa tra i loro intermediari, D. e N., e il Mevio, snodatesi attraverso dichiarazioni auto ed etero accusatorie; b)-i riscontri esterni, quali il rinvenimento della busta contenente il dissenso del Mevio; le dichiarazioni di C. e O. non riguardanti la Camera di Consiglio e pertanto utilizzabili; le dichiarazioni del teste B.; le dichiarazioni del N. e le stesse dichiarazioni del Mevio "che ha ammesso di aver intrattenuto rapporti con il N."; le dichiarazioni del D..
L'ampio esaustivo coerente compendio motivazionale della Suprema Corte si salda sia con lo sviluppo argomentativo seguito dai Giudici della Corte di Appello di Roma (in particolare pag. 14 della sentenza) e sia con quello del Tribunale di ......... nella pressocchè totale sua estensione, tranne che, ovviamente, per la parte relativa al reato di associazione a delinquere (passaggi significativi si colgono, tra gli altri, alle pagg. 94 e segg., 104 e segg., 115 e segg. (sull'impegno assolutorio del Mevio) e 157 e segg.).
Provati i fatti nella loro materialità storica, la indagine sull'elemento soggettivo si pone in termini del tutto piani.
Il dott. Mevio ha inteso perseguire interessi personali di natura patrimoniale attraverso una condotta del tutto contraria ai suoi doveri istituzionali: la consapevole violazione di tali doveri - imparzialità , autonomia, indipendenza - ispessisce i livelli di intensità del dolo.
Il compimento volontario, perseguito attraverso un lungo arco temporale con perdurante perniciosa costanza, di una comune azione delittuosa nell'ambito dell'attività giudiziaria, che presuppone affidamento da parte dei cittadini, materializza, in maniera plastica, l'elemento soggettivo: nella specie il tradimento della funzione giudiziaria si accompagna al locupletamento illecito personale.
Viene già fuori, naturalmente, il ritratto di una personalità - quale quella dell'incolpato - volta al male.
Mentre la natura della vicenda nei suoi presupposti materiali e storici e nella conseguente interpretazione datane dai Giudici penali offre abbondante materiale al Giudice Disciplinare per esprimere un giudizio di riprovevolezza, il giudizio finale sulla personalità dell'incolpato non può che essere fortemente critico e negativo.
Un magistrato che si comporta così come si è comportato il dott. Mevio disvela una personalità sganciata da ogni freno morale e non offre neppure uno spiraglio alla comprensione.
Peraltro il fascicolo procedimentale offre ulteriori elementi per supportare la valutazione estremamente negativa della personalità del dott. Mevio: la notizia del procedimento disciplinare iniziato nel 1993 per l'incredibile atteggiamento assunto nel corso di una udienza del processo presupposto (quello oggetto del fatto collusivo) - allontanamento dalla udienza - ed altra iniziativa disciplinare (cfr. pag.114/93) risalente al 21.7.1992 (richiesta di fissazione della discussione orale innanzi la Sezione) per numerosissimi ritardi nel deposito di sentenze a partire dal 1990: anche tali iniziative sono sintomatiche di personalità segnata da negligenza e incuria e violazione dei doveri d'ufficio.
Né il dott. Mevio si è curato, soddisfacendo un onere alligatorio soltanto a lui riconducibile, di fornire elementi valorizzabili in luce positiva: il fascicolo procedimentale è muto al proposito.
Si impone, conseguenzialmente, la valutazione ai fini disciplinari anche per la dosimetria della sanzione.
La condotta tenuta dal Mevio non può che essere qualificata come gravissima per il tradimento dei doveri su esso incombenti, sì da renderlo immeritevole della fiducia e della considerazione di cui un magistrato deve godere oltre che compromettere e ledere il prestigio dell'intero ordine giudiziario.
Il Mevio è venuto meno, vistosamente, al fondamentale dovere della imparzialità che costituisce ad un tempo l'abituale abito mentale del magistrato e la più importante esteriorizzazione dell'attività giurisdizionale: e nel caso di specie la lesione alla imparzialità non è assimilabile ad una mancata astensione (modalità questa ricorrente e caratteristica della lesione della imparzialità ), ma per l'accettazione della proposta corruttiva e per l'adesione collusiva alle tesi di imputati camorristi si risolve in uno sfregio plateale e in un vulnus irreversibile alla funzione giudiziaria.
Il dott. Mevio, anziché porsi in misura equidistante e terza, ha operato -in definitiva una inaccettabile scelta di campo attuando la mercificazione di un servizio per il quale l'obbligo di fedeltà alle leggi del Paese -oltre che a comuni ma irrinunciabili principi morali- è condizione essenziale e vitale.
La condotta è resa particolarmente odiosa dalla qualità dei soggetti con i quali si andava a determinare la relazione corruttiva e cioè rappresentanti apicali di organizzazioni camorristiche che, di per sé -nella scia di quelle propriamente mafiose- si pongono come un vero e proprio antistato, con regole e tribunali alternativi, attraverso il disprezzo delle civili norme di convivenza.
L'aver concordato un prezzo per il tradimento della funzione per la quale viene prestato un solenne giuramento e aver stabilito rapporti con confessi intermediari getta una luce veramente sinistra sulla intera vicenda.
Se il dovere di imparzialità risulta così irrimediabilmente compromesso e leso, anche il dovere della correttezza e del riserbo, per quanto di rango minore, risultano scossi dai rapporti tenuti dal Mevio con il N. e il D.: insomma una condotta e fatti conseguenti per i quali qualsiasi aggettivazione necessita, in negativo, dell'iperbole.

La sanzione che consegue non può che essere quella, massima, della destituzione, di per sé già correlata indefettibilmente alla sentenza penale passata in giudicata: ma la meritevolezza di tale sanzione è nella corrispondenza valutativa con i fatti accertati e con la sciente condotta tenuta dal Mevio.
Non vi è un solo spiraglio in tutto il procedimento disciplinare che possa essere volto in senso favorevole al Mevio né emerge alcuna circostanza che possa aprire alla comprensione umana e giammai alla giustificazione: in tali sensi non si condividono affatto le considerazioni sviluppate nella pur pregevole sentenza della Corte di Appello di Roma (pag. 20 cit. sentenza) in ordine al riconoscimento delle attenuanti generiche.
Non si condivide la circostanza secondo cui il Mevio avrebbe "agito in un momento di grave disagio economico e familiare (assegni bancari privi di copertura e aggravamento delle condizioni di salute di un familiare)": mai un giudice, titolare della funzione più alta esercitata ed esercitatile, deve farsi condizionare dai naturali disagi che accompagnano il cammino della intiera umanità né vale indagare se, in casi del genere, trattasi di cedimento temporaneo o di perversità caratteriale.
Non è neppure condivisibile la concessione delle generiche perché "incensurato e senza carichi pendenti": tale criterio classificatorio, perniciosamente presago di iniziative legislative dirette a snaturare l'istituto dell'art. 62 bis C.P., risponde a residuale pietismo e non tiene conto della eccezionale gravità della condotta che, anche in un criminale primiparo, può mostrarsi in tutta la incolmabile ampiezza.
Insomma, e in definitiva, fatti di eccezionale gravità restano attribuiti, attraverso il rigore di cinque esperimenti dibattimentali penali e del procedimento disciplinare, alla responsabilità del dott. Mevio per il quale -equilibrato, giusto e sintonico- si pone il carico della massima afflizione disciplinare.


P.Q.M.

La Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura;
Visto l'art. 35 del R.D.L. 31 maggio 1946, n. 511,

dichiara

il dott. Mevio responsabile della incolpazione ascrittagli e gli infligge la sanzione disciplinare della destituzione.

Roma, 19 marzo 2004


IL PRESIDENTE-ESTENSORE
(Emilio Nicola Buccico)

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