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Proc. n. 86/2007 R.G. – Sentenza del 16.6.2008 n. 68/2008 Reg. dep. 

Presidente Mancino – Estensore Cesqui.

Doveri del magistrato – Correttezza e riserbo - Condotta diffamatoria lesiva dell’immagine del magistrato - Insussistenza dell’ipotesi di reato – Insussistenza dell’addebito disciplinare.
 
Non costituisce illecito disciplinare ai sensi dell’art. 4.1 lett. d) del D. lgs.vo n. 109/2006 la condotta del magistrato che, violando i doveri di riserbo e correttezza, trasmette ad un giornalista (che successivamente e pur non autorizzato divulga la comunicazione) considerazioni fortemente polemiche sull’attività dell’ufficio giudiziario in cui presta servizio.L’ipotesi astratta di cui alla norma menzionata difatti presuppone che la sussistenza di un “fatto costituente reato”, che non si rinviene laddove (come nella fattispecie) le valutazioni operate dal magistrato siano ricomprese nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica.
 
i n c o l p a t o

della violazione di cui all’art. 4 lett. d) D.Leg.vo 23/2/2006 n. 109, per avere, senza alcuna cautela e riservatezza, quali imposte dai doveri di correttezza, continenza e riserbo, inviato al giornalista Giorgio Bocca – che, poi, come ben prevedibile, ne diffondeva il contenuto in un articolo pubblicato il 23.11.2006 sul settimanale “L’espresso” dal titolo “Potere della camorra e cerimonie consolatorie” – una lettera (e-mail) contenente affermazioni gratuitamente diffamatorie a carico della magistratura napoletana in genere, accusata di inerzie o addirittura di complicità di fronte a fatti di palese illegalità.
In particolare, assumeva – tra l’altro – nello scritto inviato al nominato giornalista “ … vorrei aggiungere che il problema di Napoli non è Secondigliano o la plebe dei quartieri, ma le illegalità che sono enormi a tutti i livelli, dalla Presidenza della Regione alla Procura. Come me, altri colleghi sono scappati, chi in ……., chi a ……, chi altrove perché non vi sono le condizioni per vivere e lavorare onestamente a ogni livello. Ci sono giudici che per non lavorare rinviano sempre i processi più complessi. Un mio processo per ricettazione di farmaci con decine di arresti nel 1994 ero ancora nel 2004 in primo grado alla XI sezione. Dei casi di corruzione ce se ne lava le mani senza che accada nulla. In una inchiesta si è accertato che i dirigenti del Comune di Napoli avevano società di investimenti all’estero con imprenditori che lavoravano per il Comune. Non se ne è saputo più nulla. Vi è solo complicità e assuefazione, mai indignazione civile. I giudici che lavorano seriamente sono regolarmente scavalcati dai colleghi “più bravi che hanno le amicizie e gli approcci giusti”, così consegnando all’opinione pubblica – con l’accredito derivante dalla spendita della propria qualifica – la falsa immagine di una magistratura, nel suo insieme, del tutto disimpegnata e insensibile ai fenomeni di diffusa illegalità, a volte perfino collusa con i correlativi poteri”.
Con le riportate superficiali affermazioni, il dott. XXXXXXXXXX non solo offendeva ingiustamente e senza riserve la reputazione dei suoi colleghi del Distretto ma comprometteva anche la propria credibilità offrendo di sé l’immagine di un magistrato tutt’altro che sereno, equilibrato, affidabile, per la palese inaccettabilità di un giudizio denigratorio tanto generalizzato.


conclusioni delle parti:

Il Procuratore Generale chiede la censura.
La Difesa chiede l’assoluzione.


Svolgimento del procedimento


L’azione disciplinare nei confronti del dott. XXXXXX XXXXXXXXXX, …………………, è stata promossa su iniziativa del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione con nota trasmessa al CSM il 15 febbraio 2007 per fatti risalenti al novembre del 2006, ritenuti disciplinarmente rilevanti ai sensi dell’art. 4 lett d) del d.lgs. 109/06.

Come risulta dal capo di incolpazione infatti al dott. XXXXXXXXXX viene contestato di aver fatto ricorso ad espressioni offensive e denigratorie dirette in modo indiscriminato ai magistrati dell’ufficio giudiziario di Napoli, presso la cui procura aveva prestato servizio fino al 15 dicembre 2005, riportate in un articolo del giornalista Giorgio Bocca pubblicato sul settimanale L’Espresso del 23 novembre 2006. Le espressioni sono riportate nel capo di incolpazione, mentre agli atti è stato acquisito il testo integrale dell’articolo.
L’articolo aveva ricevuto ampia eco sulla stampa locale e il Procuratore della Repubblica lo segnalava immediatamente al Procuratore Generale, ai titolari dell’azione disciplinare ed al CSM. Il dott. XXXXXXXXXX, il 28 novembre del 2006, redigeva una nota illustrativa con la quale precisava che le frasi a lui attribuibili erano contenute in una mail riservata inviata al giornalista Giorgio Bocca e non destinate alla pubblicazione, che era perciò da ritenersi conseguente ad una iniziativa unilaterale del destinatario. Il dott. XXXXXXXXXX si era risolto a mandare il messaggio al giornalista dopo aver letto un suo articolo apparso su quotidiano La Repubblica del 2 novembre precedente nel quale, nel rappresentare la pervicace impermeabilità della realtà napoletana agli accertamenti giudiziari, si faceva riferimento ad illeciti nell’ambito della sanità nei quali egli aveva riconosciuto l’oggetto di un procedimento da lui istruito quando svolgeva le funzioni quale sostituto procuratore a Napoli. Anche di tale precedente interevento era acquisita copia in atti.
Sentito in sede disciplinare il 28 giugno del 2007, l’incolpato ribadiva la medesima linea difensiva e depositava una memoria . Pur esprimendo la consapevolezza della inopportunità delle espressioni usate, che avrebbe evitato se avesse saputo che erano destinate alla pubblicazione, il dott. XXXXXXXXXX confermava nel merito la sostanza delle sue doglianze, rammentava di averle a suo tempo formalizzate per iscritto rivolgendole ai dirigenti dell’ufficio ed al CSM e evidenziava come l’articolo avesse, per esigenze giornalistiche, estrapolato alcune espressioni dal suo messaggio modificandone non il tenore lessicale, ma il senso complessivo. Unitamente alla memoria depositava otto documenti, tra i quali tuttavia non vi è il testo della mail a suo tempo inviata al giornalista Bocca.
All’udienza del 16 giugno 2008 la Procura generale concludeva per la censura.
La difesa chiedeva l’assoluzione.
La sezione decideva come da dispositivo.


Motivi della decisione

Le dichiarazioni riportate nell’articolo, la cui paternità non è stata messa in dubbio dallo stesso incolpato, sono certamente inopportune. Il dott. XXXXXXXXXX infatti non si è limitato a dolersi di inefficienze anche all’interno del sistema giudiziario e ad indicare, per di più in termini generici, connivenze se non complicità, ma ha affermato l’impossibilità di lavorare onestamente all’interno degli uffici giudiziari napoletani e asserito la sistematica emarginazione dei “giudici che lavorano seriamente” in favore di altri, che prevarrebbero solo grazie ad amicizie ed appoggi “giusti”. E’ lo stesso dott. XXXXXXXXXX a esserne pienamente consapevole quando afferma nella memoria difensiva: “mi rendo perfettamente conto di aver sbagliato nell’inviare la mail contestata al Bocca…..si è trattato solo di una comunicazione personale, di certo non adeguatamente meditata….”

Nel caso in esame deve tuttavia trovare piena applicazione la nuova disciplina degli illeciti disciplinari tra i quali la condotta contestata può avere sanzione solo ove sia riconducibile ad una ipotesi di reato, indipendentemente dal fatto che l’azione penale sia stata esercitata, lo possa ancora essere o sia, per diversa ragione preclusa. La verifica perciò della potenziale qualifica delittuosa della condotta ha carattere assorbente ed è perciò necessario rinviare in toto alla elaborazione giurisprudenziale maturata in sede penale. Nei casi in cui l’azione penale sia stata esercitata, il rapporto tra giudizio penale e disiciplinare è regolato dall’art. 653 cpp., quando l’azione penale non sia stata esercitata, compete alla sezione disciplinare un vaglio incidenter tantum sulla illiceità penale della condotta. Solo all’esito positivo di tale verifica dovrà valutarsi, secondo quanto previsto dall’ultimo comma dell’art. 4, l’ulteriore idoneità del fatto a ledere l’immagine del magistrato, per quanto poco felice possa essere stato il rinvio contenuto nella norma ad una categoria evanescente come quella dell’immagine.

L’ipotesi di reato alla quale occorre fare astrattamente riferimento è quella della diffamazione. Ai fini della sussistenza della stessa occorre considerare prima di tutto il contenuto intrinsecamente diffamatorio delle affermazioni. Solo ove sussista la natura diffamatoria delle dichiarazioni occorrerà accertare la destinazioni delle espressioni alla percezione di più persone.

La prima e dirimente delle verifiche induce la sezione disciplinare ad escludere la sussistenza dell’illecito. In vigenza del sistema disciplinare ancorato al parametro atipico dell’art. 18 del R.d.lgs. 511/46 è stata reiteratamente confermato il diritto di critica, riconosciuto ai magistrati non diversamente che a qualunque cittadino (tra le molte v. sent. del 12 settembre 2001, nr. 115/01; sent. 30 settembre 1977; 19 giugno 1987 ). La sezione disciplinare ha in particolare osservato che:
“i magistrati debbono godere degli stessi diritti di liberta' riconosciuti ad ogni altro cittadino e quindi anche di quello relativo alla manifestazione del pensiero, che rientra tra i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Posto, inoltre, che in un sistema democratico lo svolgimento della funzione giurisdizionale, al pari dell'esercizio di ogni funzione pubblica, non puo' considerarsi sottratto alla possibilita' di verifica e discussione, le critiche all'attivita' giudiziaria, anche quando provenienti da magistrati debbono ritenersi lecite in via di principio. D'altra parte l'esercizio di un diritto, specie quando esso abbia un collegamento funzionale con la tutela di un pubblico interesse, puo' ben dar luogo ad una situazione di conflitto. Negare che cio' possa avvenire senza che la condotta diventi un illecito disciplinare significherebbe - ne' piu' ne' meno - affermare che, se l'esercizio del diritto implica valutazioni negative circa l'operato del titolare di un pubblico ufficio, tale esercizio deve essere escluso in radice. Una simile concezione presupporrebbe, inoltre, un divieto assoluto - che non esiste nell'ordinamento giuridico - per tutti i titolari di pubbliche funzioni di esprimere opinioni che possano contenere giudizi sull'operato di soggetti appartenenti alla stessa categoria o che, comunque, rivestano cariche di pubblico rilievo (Cass. S.U. n. 5/2001- 18 gennaio 2001)”. (sent. 23 luglio 1993, proc. n.78/91)

Per quanto inopportune, le espressioni del dott. XXXXXXXXXX rimangono nell’ambito dell’espressione del diritto di critica, sia pure esasperato da un senso personale di sconfitta e di amarezza che rende comprensibile il ricorso ad un tono complessivamente polemico quanto sostanzialmente generico.

Anche se Il problema della natura personale della missiva e della prevedibilità della pubblicazione del contenuto dovrebbe essere oggetto di assai più approfondita analisi nel caso in cui le parole usate fossero dalla sezione ritenute inequivocabilmente diffamatorie, in ogni caso il fatto che le espressioni siano state vergate di getto, ma inserite in una missiva e non di una dichiarazione fatta in presenza di più persone, rende più comprensibile il ricorso ad espressioni meno misurate nella manifestazione delle proprie critiche.

Esse sostanzialmente sono dirette a lamentare l’assuefazione anche negli uffici giudiziari ad una situazione di illegalità diffusa e radicata nella società civile e la scarsa reattività anche da parte di molti colleghi di fronte a gravi fatti di corruzione. A tale valutazione critica, non preclusa al privato cittadino come al magistrato, il dott. XXXXXXXXXX sembra aver aggiunto la proiezioni di personali insoddisfazioni per il mancato soddisfacimento di sue aspettative nella distribuzione delle attribuzioni all’interno dell’ufficio, insoddisfazioni che aveva più volte rappresentato in modo formale ed in sede propria, e che nella missiva appare aver sintetizzato in modo certamente non sereno, generico ed approssimativo, ma senza attingere alla soglia della rilevanza penale.

La sezione ritiene perciò che non sussistendo gli estremi della illiceità penale per la mancanza dell’elemento costitutivo del reato di diffamazione, non permangano margini per la valutazione della medesima condotta sotto il profilo disciplinare.


P.Q.M.


La Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura,
Visto gli artt. 18 e 19 del decreto legislativo 23 febbraio 2006 n. 109,

assolve

il dott. XXXXXX XXXXXXXXXX dalla incolpazione contestata per essere risultati esclusi gli addebiti.
Roma, 16 giugno 2008



Il Relatore ed Estensore Il Presidente
(Elisabetta Maria Cesqui) (Nicola Mancino)
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