INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO 2016 – DISTRETTO DI TORINO
INTERVENTO DEL RAPPRESENTANTE DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA ANTONELLO ARDITURO

 

 

 

Rivolgo a Lei, Signor Presidente, al Signor Procuratore Generale, al rappresentante del Ministro della Giustizia, alle Autorità, ai Colleghi magistrati, ai Signori Avvocati e a tutti i presenti, il saluto cordiale del Consiglio Superiore della Magistratura che oggi ho l’onore di rappresentare.

Ringrazio, con deferenza, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la sua costante opera di sapiente guida e direzione del Consiglio Superiore della Magistratura.

Ho ascoltato con interesse la relazione del Presidente della Corte, dalla quale, accanto ad una lucida analisi generale, emerge nitidamente il quadro dello stato della giustizia nel distretto, dei problemi e delle questioni che ancora attendono soluzione, così come dei risultati e dei traguardi che sono stati raggiunti.

Sento però l’esigenza preliminare di ricordare anche in questa Aula i drammatici fatti del 9 aprile scorso e l’eccidio al Tribunale di Milano, nel quale hanno trovato una assurda morte il giudice Fernando Ciampi, l’avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani, e Giorgio Erba, che del killer era il coimputato. Un fatto gravissimo, accaduto all’interno di un Tribunale nel quale era stato possibile accedere con una pistola ed usarla senza controlli. La violazione di un Tribunale ed il plurimo omicidio di alcuni dei protagonisti della quotidiana ed incessante opera del “rendere giustizia” che tanto faticosamente - per i noti problemi strutturali e di carenza di risorse - la magistratura italiana e tutti gli operatori del settore riescono ad assicurare, rappresenta una ferita che drammaticamente ha segnato l’anno giudiziario appena trascorso e che merita di essere ricordata all’inizio del nuovo anno. Le risposte in termini di sicurezza dei palazzi di giustizia non possono ulteriormente essere rinviate, tanto più in tempi di diffuso allarme per le congiunture internazionali che impongono di ritenere i Tribunali luoghi altamente sensibili e da proteggere.

Ancora un giudice ammazzato, dunque, solo per aver fatto il suo dovere. Come Bruno Caccia, indimenticato Procuratore di Torino, assassinato il 26 giugno 1983, che aveva dato grande impulso alle indagini contro il terrorismo interno ed a quelle volte a far emergere, già in tempi così lontani, la presenza non occasionale di pericolose cosche delle organizzazioni criminali mafiose e ndranghetiste in Piemonte.

Del resto proprio la attuale e pervicace presenza delle organizzazioni criminali nel Nord Italia, sempre più radicate anche in questi territori - che si accompagna alla ormai tradizionale attività di riciclaggio e reinvestimento dei proventi di attività illecite che hanno raggiunto dimensione internazionali - rappresenta uno dei fenomeni cui la magistratura è chiamata a dare risposte di contrasto attraverso un efficiente ed efficace esercizio della giurisdizione. Gli scenari internazionali, poi, chiamano i magistrati ad un necessario ruolo di protagonisti di fronte ad emergenze umanitarie come quella della immigrazione clandestina, ed a fenomeni violenti del tutto imprevedibili e dai contorni non precisamente conosciuti come quelli del terrorismo jiadista. Emergenze diverse, ma che sempre più stanno caratterizzando il dibattito pubblico e le stesse abitudini dei cittadini, disorientati fra il bisogno sempre più pressante di sicurezza personale ed il rischio di una eccessiva compressione dei diritti di libertà e di cittadinanza.

In questo ambito non va sottovalutata l’incidenza dei provvedimenti e dei deliberati, di natura organizzativa o di matrice più ampiamente culturale, del Consiglio Superiore della Magistratura, capaci di incidere significativamente sulle modalità di esercizio della giurisdizione in questi settori. Mi piace ricordare il lavoro costante che in tutto il 2015 - anno funestato dalle stragi di Parigi del 7 gennaio e del 13 novembre - ha visto impegnato il Consiglio nel seguire le grandi questioni del terrorismo internazionale, attraverso le attività della sesta e della settima commissione, con il parere formulato al decreto legge 18 febbraio 2015, n. 7, il convegno del 2 e 3 marzo con i procuratori Distrettuali e con gli attori istituzionali anche stranieri protagonisti del settore, il recente incontro di formazione organizzato con la Scuola Superiore della magistratura, e la risoluzione in discussione in materia di organizzazione degli uffici di Procura impegnati nelle indagini antiterrorismo.

E’ in questo contesto che occorre ribadire, in Italia, in Europa e nel Mondo, il valore di una magistratura libera, autonoma ed indipendente – unica capace di garantire la tutela dei diritti di libertà e di dignità dell’uomo. Con particolare attenzione da prestare all’autonomia – anche interna - del pubblico ministero, baluardo del principio di eguaglianza e linfa di una cultura della giurisdizione viva e diffusa anche all’interno del sistema requirente. Nell’ordinamento costituzionale italiano è questo il compito qualificante l’azione del Consiglio Superiore della magistratura, che va costantemente preservato e tutelato attraverso i comportamenti e le condotte di coloro che ricoprono incarichi di responsabilità istituzionale, e attraverso l’azione in concreto svolta dai componenti del Consiglio e dall’intero ordine giudiziario.

Sfide globali, mutamenti radicali della società, crisi economica, chiamano sempre più spesso la giustizia a farsi luogo di garanzia dei diritti e composizione di interessi, di tutela delle posizioni deboli e di applicazione della legge secondo una interpretazione che sappia coniugare i valori costituzionali alle mutevoli esigenze del tempo. In particolare nel settore dei diritti civili e delle libertà fondamentali, la magistratura è chiamata spesso a compiere una difficile e necessaria opera di interpretazione che solo anacronistiche definizioni possono considerare creativa, trattandosi invece di applicare al caso concreto un diritto vivente che si nutre dei principi costituzionali e delle fonti sovranazionali, spesso nel ritardo del legislatore nazionale.

Non di supplenza si tratta, dunque, ma di doveroso adempimento del ruolo e della funzione.

La società si muove, i diritti evolvono, il legislatore non interviene, ed il giudice non può attendere, deve decidere.

Del resto, quello trascorso è stato l’anno del dibattito e delle polemiche, troppo spesso pretestuose se non alterate da valutazioni pregiudiziali ed ideologiche, sul rapporto fra diritto ed economia, e sul ruolo del magistrato. Senza ripercorrere in questa sede i termini della questione, va sottolineato che scarsa attenzione è stata prestata, proprio in quel dibattito, al tema della professionalità del magistrato e della sua formazione permanente, unico antidoto alle contrapposizioni sterili e polemiche, e capace di consentirgli per un verso di garantire i diritti fondamentali della salute, dell’ambiente e della dignità del lavoro, e per l’altro di assicurare soluzioni che siano idonee a ridurre al massimo possibile l’impatto delle conseguenze dell’intervento giudiziario sulla libertà d’impresa e sul mercato.

Il Consiglio ha pertanto ritenuto di dedicare grande attenzione al rapporto di collaborazione con la Scuola Superiore della magistratura, chiamata ad attuare con puntualità le linee guida espresse dall’organo di governo autonomo e a farsi promotrice di una formazione che sappia coniugare la necessaria conoscenza teorica del diritto con la pratica giurisprudenziale degli uffici giudiziari, in particolare nel settore della formazione iniziale dei magistrati in tirocinio. E’ ripresa, con costante periodicità, l’organizzazione di convegni ed incontri di studio in collaborazione fra CSM e Scuola Superiore presso la sede consiliare, a testimoniare anche simbolicamente che la formazione dei magistrati resta un pilastro del sistema di governo autonomo della magistratura, ed a fare del Consiglio Superiore un luogo di dibattito e di discussione aperto alle istanze culturali più avanzate.

Professionalità e formazione, dunque, rappresentano le leve capaci di assicurare al cittadino il magistrato “di cui ha bisogno”, e di cui è disposto a difendere l’autonomia ed indipendenza nella misura in cui essa sia strumentale ad attuare il principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Questo il magistrato di cui il Consiglio Superiore della Magistratura intende farsi garante di fronte ad attacchi, isolamenti, qualche volta intimidazioni, più o meno esplicitate. Questo il magistrato, in quanto dotato di elevata e reale professionalità, che saprà essere anche deontologicamente irreprensibile e rispettoso dell’alta funzione che è chiamato a ricoprire.

Il caso Palermo, con il coinvolgimento, a diverso titolo, di magistrati nella gestione opaca della sezione misure di prevenzione, ha dimostrato che nessun cedimento è ammesso sotto il profilo della questione morale. Una vicenda di particolare gravità che - per la natura ed il contenuto delle indagini della Procura di Caltanissetta (ai cui magistrati va il sentito ringraziamento per la incessante opera, in condizioni difficili, di presidio e salvaguardia della legalità), la notorietà di alcuni magistrati coinvolti, l’intervento giustamente allarmato dell’ordine forense - rischiava di aprire pagine delegittimanti l’intero ordine giudiziario palermitano e forse nazionale, così travolgendo, agli occhi dell’opinione pubblica il lavoro di tanti magistrati coraggiosi ed impegnati da anni nel contrasto al crimine organizzato.

Il Consiglio è intervenuto con risolutezza e tempestività attivando i poteri - seppur limitati - dell’art. 2 legge guarentigie in materia di incompatibilità ambientale; procedura chiusa per effetto della sospensione dal servizio in via cautelare disciplinare di un magistrato e del trasferimento in prevenzione in altra sede di altri tre magistrati. L’attività della prima commissione, che ha iniziato 14 procedure di incompatibilità ambientale, ed ha trattato con attenzione i numerosi esposti, istruiti anche attraverso le opportune audizioni, rappresenta un nodo nevralgico dell’attività del Consiglio e della sua funzione di controllo sul mantenimento di adeguati standards deontologici da parte dei magistrati, e completa l’azione della sezione disciplinare che ha trattato una notevole mole di procedimenti, sia in relazione al rapporto percentuale - pari a circa il 2% su base annuale - tra i magistrati coinvolti e la generalità di quelli in servizio, sia al progressivo incremento quantitativo dell’attività svolta dal giudice disciplinare (le sopravvenienze sono aumentate, nello spazio di un anno, da 146 a 168, mentre le definizioni sono passate da 136 a 156).

Sullo stesso crinale va considerata la rilevante delibera del 21 ottobre 2015 con la quale il Consiglio si è fatto promotore ed interprete della necessità, diffusamente avvertita, di segnare un più rigoroso limite di demarcazione tra le funzioni giurisdizionali e l’attività di rappresentanza politica o di governo. Evitare che un magistrato possa contemporaneamente ricoprire incarichi in enti territoriali ed esercitare le funzioni giurisdizionali in territori limitrofi; disciplinare rigorosamente i limiti del rientro in ruolo dopo l’esperienza politica o di governo, fino all’ipotesi in cui dovrà constatarsi che - per durata, qualità ed intensità di coinvolgimento – l’impegno politico abbia determinato la necessità di attribuzione di una funzione pubblica diversa e non giurisdizionale. Queste, fra le altre, le proposte chiare e nette del CSM. Spetta ora al legislatore provvedere con tempestività sul punto.

Professionalità, formazione, questione morale, limiti precisi nel rapporto con la politica, deontologia; questo il versante di cui spetta alla magistratura farsi carico con senso di responsabilità ed al CSM garantire al massimo grado. Unitamente ad una accurata opera di selezione dei dirigenti degli uffici giudiziari che privilegi le capacità di organizzazione e programmazione: in questo ambito deve darsi conto di un imponente lavoro svolto dal Consiglio Superiore che, chiamato alla più grande opera di rinnovamento della dirigenza per effetto dell’abbassamento dell’età di collocamento a risposo, ha in poco più di un anno completato ben 252 procedure di nomina di uffici direttivi e semidirettivi, registrando fra l’altro il raddoppio percentuale di nomina delle donne rispetto all’omologo periodo della precedente consiliatura.

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Ma c’è un altro versante, Signor Presidente, altrettanto importante e che chiama in causa la responsabilità di altri organi dello Stato, su cui svolgere qualche riflessione.

Innanzitutto quello delle RISORSE, che ricade interamente nella responsabilità del Ministro della giustizia, a mente dell’art. 110 Cost.

La situazione sotto questo profilo è gravemente critica.

Bastano i numeri.

Più di 1000 magistrati mancanti, numero da aggiornare in senso negativo a fine anno per l’abbassamento dell’età pensionabile.

Pianta organica nazionale del personale amministrativo con circa 9000 scoperture, con punte in numerosi uffici che superano il 40%.

E’ proprio quest’ultimo il problema più grave, ormai stabilizzato nel tempo e rispetto al quale le soluzioni messe in campo appaiono meri palliativi. La mancanza di concorsi da più quindici anni, i pensionamenti, l’aumento dell’età media del personale - costretto fra l’altro a vorticosi e continui aggiornamenti di professionalità, per l’aumentare dell’incidenza della tecnologia e dell’informatizzazione, senza il supporto di una adeguata formazione - hanno messo letteralmente in ginocchio gli uffici giudiziari italiani. Si tratta peraltro di personale per il quale non può valere e non vale – per esperienza diretta di magistrati ed avvocati – quel pregiudizio di scarsa laboriosità che scontano – forse non a torto – altri comparti della pubblica amministrazione.

Deve essere chiaro che la soluzione non è e non può essere soltanto la mobilità da altre amministrazioni. E questo sia per la lentezza delle procedure di assegnazione e per la loro non omogeneità sul territorio, sia per la mancanza di una effettiva programmazione degli interventi necessari per la conversione e per la formazione di questo personale.

Abbiamo atteso invano che la promessa di un concorso per mille unità formulata dal Ministro della Giustizia durante il plenum del 10 novembre 2014 diventasse realtà. Va ribadita questa richiesta, rappresentando che la situazione è destinata ad aggravarsi per i continui pensionamenti. Il concorso è necessario perché occorrono agli uffici nuove ed adeguate professionalità che proprio i processi di innovazione messi in campo dallo stesso Ministero coerentemente impongono.

Alla grave mancanza delle risorse non può più farsi fronte, come pure è stato finora, attraverso l’ottimizzazione dell’organizzazione, che pure è un obiettivo che la magistratura dimostra di perseguire con continuità.

Sotto un livello minimale di risorse, non c’è più nulla da organizzare.

Rifiutiamo ogni logica che mira a scaricare la responsabilità della mancanza di risorse su presunti difetti di organizzazione che si fondano solo su mere comparazioni statistiche come rilevato nel censimento del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria.

Faremo attenzione, poi, come Consiglio Superiore della Magistratura, al concreto esplicarsi della nuova disciplina delle spese per la manutenzione ed il funzionamento degli uffici giudiziari, ed alla idoneità delle misure messe in campo per garantire standards sufficienti e dignitosi per il personale giudiziario e per gli utenti.

Aspettiamo, infine, finalmente, la non più rinviabile revisione della pianta organica, che consenta una redistribuzione delle risorse che tenga conto degli effettivi carichi di lavoro e delle condizioni, anche ambientali, degli uffici.

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Al tema delle risorse deve aggiungersi quello, non più rinviabile, di alcune RIFORME attese da tempo. Una su tutte, la riforma della prescrizione che metta fine alla insopportabile situazione di processi che, celebrati e condotti a sentenza in primo grado, trovano il limite della prescrizione nel grado successivo di giudizio, con l’ulteriore vanificazione delle risorse umane e dei mezzi impiegati, e con la crescente disillusione di chi attende per anni giustizia. Un sistema che nega in radice la natura stessa della prescrizione, che la scienza giuridica collega all’inerzia ed alla perdita di interesse dello Stato ad esercitare la pretesa punitiva, e non certo, una volta iniziata l’azione penale, alla mancata conclusione definitiva ed irrevocabile del processo in un certo tempo.

Spesso, poi, sono piccoli e mirati interventi che possono avere effetti di gran lunga maggiori di grandi riforme. Mi riferisco, secondo quanto più volte segnalato dal Consiglio Superiore, all’abrogazione del divieto di svolgimento di funzioni monocratiche penali per i magistrati in prima nomina - che paralizzano i Tribunali piccoli, con l’ulteriore paradosso che le stesse funzioni sono spesso assegnate a magistrati onorari - ed alla previsione di utilizzabilità degli atti del dibattimento in caso di mutamento della persona fisica del giudice sul modello dell’art. 190 bis del codice di rito.

Nell’attesa di tali interventi, che sarebbero risolutivi, siamo costretti, con tutte e incertezze del caso, a discutere di “priorità nell’esercizio dell’azione penale”, nel pieno rispetto dell’art. 112 Cost., baluardo irrinunciabile della nostra democrazia costituzionale.

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Posso assicurare Signor Presidente della Corte e Signor Procuratore Generale la costante attenzione del C.S.M. ai problemi ed alle criticità dell’esercizio della giustizia nel Distretto di Torino. Lo testimonia innanzitutto la tempestività con cui sono stati rinnovati i vertici degli uffici giudiziari, dei quali abbiamo potuto apprezzare la capacità innovativa sotto il profilo organizzativo e dunque la volontà di aggiornare i modelli virtuosi già elaborati in passato per adeguarli al mutevole assetto degli uffici e della domanda di giustizia del Distretto.

E proprio in quest’ottica va manifestata una sincera vicinanza ed attenzione ai magistrati onorari, la cui funzione, nel quadro complessivo del sistema, è irrinunciabile e spesso poco considerata.

Voglio rivolgere un ultimo pensiero per un verso ai magistrati collocati a riposo in questi ultimi mesi, alcuni dei quali - che hanno concluso la loro brillante carriera negli uffici di questo Distretto - hanno rappresentato fra i più fulgidi esempi di abnegazione, rigore, coraggio e professionalità che la magistratura possa ricordare; per l’altro, ai più giovani colleghi, da poco entrati in magistratura ovvero a coloro che aspirano a farlo, perché da queste storie sappiano trarre la reale e più autorevole essenza del servizio e della funzione, scevra da ogni considerazione di opportunità o di burocratico calcolo dei carichi di lavoro da affrontare.

Il lavoro del magistrato è innanzitutto passione e dedizione.

Non ho mai potuto ringraziare pubblicamente, e lo faccio ora, Giancarlo Caselli, che sentii parlare quando ero giovanissimo uditore, in un convegno a Napoli, allorché, attorniato dagli uomini della scorta, fece riferimento con semplictà all’ “orgoglio dell’appartenenza alla funzione” quale unico nutrimento per sostenere i sacrifici di una vita blindata.

L’orgoglio dell’appartenenza alla funzione.

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La ringrazio Presidente; è a lei ed a tutti gli operatori della giustizia, e soprattutto ai cittadini dei Comuni del Distretto di Corte d’appello di Torino che, in rappresentanza del Consiglio Superiore della Magistratura, auguro un laborioso e proficuo anno giudiziario all’insegna della tutela di diritti.